martedì 31 gennaio 2012

Azzardo, porno, giochi di ruolo: le ossessioni che nascono fuori dal web




[OCCHIO: questo post è una presa in giro dell'articolo "Azzardo, porno, giochi di ruolo. Le ossessioni che nascono sul web", pubblicato tra "le inchieste" di Repubblica. I cambiamenti sono stati minimi. Tutti gli errori, le inesattezze, le frasi fatte e le circonlocuzioni sciatte sono state rigorosamente mantenute]


Le vecchie dipendenze nascono e si sviluppano al bar, nel salotto di famiglia, sul posto di lavoro, e non risparmiano nessuno. Uomini e donne schiavi di sesso e gioco, anziani incapaci di staccarsi da slto machine e giochetti psicologici. E ora qualcuno pensa a curarli.

Commercianti incapaci di distaccarsi dalle Balle Dette Al Barbiere, giovani adulti calamitati da chiacchierate patetiche e inconcludenti con la Collega Single Che Ammicca, famiglie portate alla disperazione per l'incapacità di gestire umanamente e economicamente queste crisi. Ne parlano i medici che sono in prima linea nel fronteggiare le nuove addiction.

Le più penetranti: il gioco d'azzardo nei locali coi vetri oscurati vicino alla stazione, tristi degradanti adulteri al motel, i crudeli e infiniti giochetti di ruolo in ufficio in cui, fingendo di lavorare, si dà sfogo alla propria frustrazione. Ma non le uniche. Perché queste dipendenze non sono nemmeno nicchia, hanno attecchito nel tessuto sociale da qualche millennio, trascinandosi dietro migliaia di persone. E i giornali non ne parlano, perché prendere di mira il web è più facile.

La rincorsa alle cure non è stata quindi immediata, ma qualcosa ora si muove. Anche da parte di strutture sanitarie pubbliche, come l'ospedale le Provette di Casale Monferrato e il policlinico Fratelli di Fregene, oltre a numerosi Surt, i servizi umani gratuiti che fanno capo al Servizio sanitario nazionale. E' qui che negli ultimi due anni i casi sono aumentati del 70% fino a toccare punte del 100%. Lì dove fino a qualche tempo fa si curavano solo dipendenze da alcool o da droga, gli specialisti si sono trovati di fronte decine di casi di pazienti prigionieri di queste nuove ossessioni. Anche se, fino a oggi, numeri certi su quante persone ne siano vittime non ne esistono e quelli che circolano sono estrapolati da ricerche, studi contenuti e ricavati da "gruppi" e dunque su scala ridotta.

Nel frattempo, però, il sottobosco, specie quello offline, moltiplica nuove dipendenze e la rincorsa si fa sempre più faticosa per gli esperti perché, come le ha definite già nel 1908 lo psichiatra M. D. Thompson, si tratta spesso di "dipendenze emerse". A corrodere le anime, in questi casi, non è una sostanza (alcol, droghe, tabacco) ma un comportamento ossessivo che spesso non lascia spazio ad altro, e che è difficile da "catturare" perché "i sintomi sono evidenti a tutti. Non si può nemmeno dare la colpa a una tecnologia, o a qualcosa di nuovo e insolito. Ci tocca accettare che riguardano tutti noi. Per questo motivo, tendiamo a minimizzare il nostro coinvolgimento in questo tipo di attività", dice Giuseppina Michelini, coautrice con Lorenza Iori del Quaderno del CAsvom (Centro analisi volontariato Molise) "Le vecchie dipendenze, analisi e pratiche di intervento".

Un esempio? Chi pensava che i Bar, il mondo parallelo costruito sotto casa, fossero una moda passeggera dovrà ricredersi. E infatti quell'universo virtuale - nato nel 1920 da un'idea della società Unilever, fondata dal signor Unilever nel frattempo diventato miliardario - in 90 anni ha creato una community di due miliardi di iscritti che fattura milioni di dollari al mese. Ma trasformandosi in una realtà in grado, in alcuni casi, di intrappolare le anime. "Esistono casi di cinquantenni che arrivano da noi perché incapaci di staccarsi dal bar, come da altri giochi di ruolo dove la creazione di un avatar, l'immagine che viene usata per rappresentarli, crea non poche difficoltà relazionali. Il mondo reale pian piano scompare lasciando posto a una dipendenza totale e immaginifica", racconta marco Quaderni, psicoterapeuta e responsabile delle nuove dipendenze del Centro riflesisoni e scoperte Globos di Sarzana e autore di "Mondo Reale e le sue "dipendenze". Valutazione, diagnosi e trattamento".

Non meno pericolosa la passione per la zona "rossa" del mondo reale - le chiacchierate erotiche e il porno offline - come dimostrano i numeri messi insieme da un studio Globos del 2011: su 500 persone di età compresa tra i 17 e i 66 anni, il 4 per cento va a puttane tutti i fine settimana mentre il 6 non riesce a rinunciare a masturbarsi pensando alla vicina di pianerottoli, e in entrambi i casi si tratta di persone che non superano i 46 anni. Ma la realtà non è l'unico mezzo in grado di produrre e moltiplicare dipendenza: con lui lo shopping, il lavoro, l'uso spasmodico dei telefonini e dei social network, per fare degli esempi. Anche se la più temuta resta la Realtà perché in grado di contenere tutte le passioni-ossessioni, ben più del web, ad esempio, che naturalmente non è frequentato da tutti.

Per lo psichiatra armando Spaccalatte, responsabile del Surt Daunia "è fondamentale l'intervento di un esperto quando la situazione diventa per la famiglia ingestibile. Ci sono capitati casi di ragazzi dipendenti dal bullismo, che passavano le loro giornate a menare gli amici sfigati senza mai mangiare. Quando la famiglia provava ad affrontare la situazione c'erano scene drammatiche. Ma i genitori hanno un ruolo importante, sono loro a dover diventare i "registi" della situazione".
E nel giro di pochi mesi al surt ligure sono arrivate oltre quaranta richieste di aiuto: fino a due anni erano rarissime. Secondo Marino Nonno, responsabile dell'ambulatorio per le vecchie dipendenze alle Provette di Casale, il gioco d'azzardo in bisca e le dipendenze dalla realtà sono "un fenomeno emerso con assoluta consapevolezza del disturbo, e paradosaslmente chi ne soffre non si presenta in ambulatorio. Accade solo quando la situazione diventa insostenibile all'interno della famiglia, sia per motivi comportamentali che economici, o quando il diretto interessato comincia a presentare gravi sintomi di dipendenza psicologica e quindi di astinenza". Dal suo osservatorio "le vittime delle old addiction sono soggetti di ogni età e di entrambi i sessi: una trasversalità che sottolinea l'importanza di dedicare attenzione al fenomeno sia in ambito clinico che di ricerca".

Mentre Franco Vanoni, responsabile dell'ambulatorio per le dipendenze tradizionali del Policlinico Fratelli di Fregene, dove in tre anni sono passate circa trecento persone, fa una netta distinzione: "Per un ragazzo che si sente solo, parlare con i compagni di classe è un modo di comunicare come lo sono i giochetti di ruolo "facciamo che ero...", dove lo spazio e il tempo vengono vissuti in maniera diversa, in cui è fondamentale il modo di rappresentarsi".
E continua facendo notare che "un conto è l'aiuto che possono dare questi mondi a chi si sente solo e ha problemi a relazionarsi, un altro è come intervengono nella naturale crescita di un adolescente e nel suo processo di acquisizione di identità, visto che possono essere in grado di compromettere la capacità di stare soli, un valore che rende liberi e forti". Vanoni, peraltro autore di "Quando la scuola diventa una droga - Ciò che i genitori devono sapere", edito da Ribaudi, conclude avvertendo: "Non va dimenticato che si tratta di mondi seducenti, un'orgia di relazioni". Per lui la parola dipendenza non sempre è corretta: "Tra i giovani parlerei più di abuso. Un abuso che può portare a una dipendenza, a problemi psichiatrici oppure a nulla regredendo in maniera del tutto naturale. Dobbiamo metterci in testa - conclude - che abbiamo l'obbligo di imparare dai nostri figli e non essere autorevoli ma godere di autorevolezza. E credo che noi medici dovremmo intervenire solo quando c'è del dolore mentale".

Una sofferenza in crescita, però, se come cartina di tornasole si prendono i gruppi di auto aiuto (del tutto gratuiti, ai quali partecipano persone che condividono lo stesso problema e si danno sostegno reciproco). E quelli dedicati alle vecchie dipendenze, dall'inizio del nuovo secolo a oggi, si sono moltiplicati, come testimoniano per fare solo un esempio le diramazioni che ha preso il programma di AA, Alcolisti anonimi: dai dodici passi come recupero e rinnovamento dello stile di vita, al sostegno reciproco, sino al confronto della propria dipendenza. Tantissimi e sparsi in tutta Italia quelli per giocatori anonimi e dipendenti affettivi: dal sesso compulsivo e dalla realtà, ovviamente.

martedì 8 novembre 2011

Un governo tecnico per ripartire

Governo tecnico? Sì ma senza pericolose avventure tecnocratiche. Ecco le mie proposte per far ripartire l'Italia.






Premier
POCOYO
Pocoyo, il paffuto e rassicurante amico dei bambini protagonista dell'omonimo cartone animato spagnolo, è indicato come possibile successore di Berlusconi negli ambienti della Commisisone Europea e da fonti anonime vicine all'elefante Elli. Sul nome di Pocoyo convergono i poteri forti, quelli deboli e perfino quelli medi, tutte le maggiori famiglie politiche europee con l'eccezione del Sinn Fein, ma anche la Chiesa Cattolica, il Grande Oriente, la L'Oreal e la maggior parte dei fanclub dei Tokyo Hotel. Di Berlusconi, a cui pare sia legato per via di alcuni investimenti nel campo dell'editoria, Pocoyo erediterebbe la statura, le competenze relazionali e un'innata predisposizione a sdrammatizzare con gag, scenette e frasi infantili. Ma in tutte le questioni che contando, dall'economia alle riforme, dalla politica estera alle politiche industriali, il simpatico pacioccone dalla tutina blu può offrire ai mercati e all'Europa garanzie ben maggiori del premier uscente. Significativo il commento di quest'ultimo "Pocoyo? E' un uomo di Prodi".


Ministro dell'economia
SIDNEY SONNINO
Sonnino, morto nel 1922, lo conosciamo più che altro perchè a lui è dedicata una piazza nel centro di Roma, quella dove ci si ferma per andare a Trastevere a bere e sfasciarsi. Meno noto è che il buon Sidney è riuscito a pareggiare il bilancio negli anni '80 dell'ottocento, garantendo al paese una delle condizioni essenziali per il forte sviluppo industriale dei decenni successivi. Pure da morto, ha tutte le carte in regola per fare meglio del governo uscente.


Ministro degli interni
ALAN FORD
Scordatevi il ciuffo biondo e i lupetti neri. L'Alan Ford di oggi è uno splendido sessantenne dal profilo rassicurante e garbato. Degli anni giovanili ha mantenuto il sorriso, levigato però da una luce tutta nuova da quando ha al suo fianco una nuova compagna, l'elefante Elli. Polso fermo, sa evitare gli eccessi in un'ottica di coesione nazionale. Eccellente nel dialogo, sa troncare le trattative infruttuose per puntare diritto all'obiettivo. Ben visto, inspiegabilmente, dalle forze di polizia, non scorda le umili origini e la solidarietà istintiva con il derelitto, l'emarginato, lo zoppo e il guercio. Perfezionista, sa essere flessibile e spregiudicato quando la situazione precipita e improvvisare è tutto. L'Alan Ford di oggi è stato espulso dal gruppo TNT "perchè ha rotto i coglioni, quel perfettino" ha dichiarato Rock il nasone.


Ministro degli esteri
SENOR BLANCO
Pupazzo in vinile venduto dal mio amico Pierantonio Degasperi in un negozio di Bassano, Senor Blanco sarebbe la vera novità di questa squadra stagionata. Sei anni, obeso, liscio e brividoso al tatto, Senor Blanco è difficilmente inquadrabile con gli schemi tradizionali della politologia, ma anche con quelli vaporosi dell'ingegneria dei materiali e con quelli aleatori della Loop Quantum Theory non si va molto lontano. "Io, per decidere - ha dichiarato Senor Blanco a "La Naciòn" durante un raro viaggio nella natìà Argentina - scelgo a cazzo". Nome gradito agli albini e ai feticisti del vinile, Senor Blanco sarebbe l'uomo giusto per un riavvicinamento strategico dell'Italia ai mercati emergenti sudamericani.


Ministro della cultura
GIANCARLO GALAN
Inutile disfarsi di un uomo già ben integrato a livello umano e professionale con gli altri membri del nuovo governo


Ministro dell'ambiente
LENA EK
Ek - non Ex come dice sempre scherzando Pocoyo - è la ministra dell'ambiente della Svezia. A quanto pare sa il fatto suo in questa nordica e affascinante novità che è la difesa dell'ambiente. Dopo un oscuro sforzo di relazioni pubbliche (pare da ricondurre ad ambienti vicini all'elefante Elli), avrebbe accettato la cittadinanza italiana in cambio della liberazione dell'anziana madre trattenuta in Barbagia dal '98. Ek, tra l'atro, sa pronunciare in italiano "dissesto idrogeologico" meglio dell'italiano medio.


Ministro dell'innovazione tecnologica
GIOVANNI RANA
L'Italia, il paese di Galileo, Marconi, e Fermi, è in prima linea nell'innovazione tecnologica, come dimostrano le recenti adozioni nell'amministrazione pubblica del Fax, del distributore automatico di bevande calde e del foglio A4 prespaziato con scritta in Comic Sans. "Insistere e razionalizzare" - questo il motto di Rana, che risponde così alle capziose accuse di incompetenza: "E te, lo sai arricciare un tortellino?"


Ministro delle politiche giovanili
RENZO BOSSI
Fa politica ed è giovane


Ministro della salute
VADIM
E' un tipo di Odessa, sul Mar Baltico, che ho conosciuto a Sofia nel '96 ad un corso dell'Unione Europea. Dinoccolato, scuro, oppresso da una vaga somiglianza con Stalin troppo imbarazzante per nominarla sia pure di passaggio, per ischerzo, Vadim si rendeva immediatamente riconoscibile per la noncuranza con cui trangugiava la Rakia, il liquore locale. Si era fatto un punto d'onore di non far passare invano l'occasione di conoscere tanti giuovani europei. Su un quadernetto logoro, rilegato presumo in pelle di yak, appuntava con la sua stentata calligrafia insettiforme parole su parole. Stava imparando a dire "Salute" in almeno diciotto lingue.


Gianniletta
ELEFANTE ELLI
Il ruolo di Vero Capo Del Governo è stato rinominato "Gianniletta" con un apposito decreto legge lo scorso 8 giugno, ma non lo sa nessuno perché in quel momento le frequenze di Radio Radicale erano coperte da quelle di Radio Maria. Caduto il governo, ne va preso atto. L'elefante rosa, sospettata da più parti di essere una figlia illegittima di Cossiga, porterebbe in dote al Paese grande serietà, competenza e senso civico. Come non trovare una convergenza sul suo nome?

mercoledì 14 settembre 2011

Southern Walking: un Manifesto



L'inatteso successo del Nordic Walking ha stupito molte persone. Eravamo tutti convinti che per camminare non servissero le stampelle, a meno di non essersi rotti un piede. La fallacia di questo argomento, ho scoperto, sta nel fatto che il Nordic Walking serve essenzialmente a vendere stampelle. Non è possibile quindi giocare a calcio senza pallone, a meno di praticare l'air-soccer, e allo stesso modo non si può indulgere ai piaceri morigerati ed ecologici del Nordic Walking senza stampelle, bacchette, protesi.

Sarà per questo, sarà perché non mi hanno mai regalato le bacchette, ma ho deciso di lanciare il Southern Walking, alternativa economica, dionisiaca e saporita.
Ecco un manifesto tecnico.

1. Il Southern Walking è per tutti: non è uno sport faticoso, non richiede investimenti economici, non è connotato in termini di comunità

2. Nel Southern Walking non si cammina, si riposa e si corre con l'immaginazione

3. Al Southern Walker je piacerebbe lasciarsi andare all'anarchia più totale, ma caspita c'è un limite a tutto quindi una limitazione ci vuole: si corre (per modo di dire) solo verso sud

4. Facciamo che il sud è magnetico e non reale, se non sai che casino a calcolare i gradi di correzione

5. Piccole e occasionali deviazioni verso altri punti cardinali sono consentite, perchè mica siamo qua a farci le menate con le regole

6. Le soste, anche frequenti, sono incoraggiate, perché mica siamo qua a fare le corse

7. Il Southern Walker corre da solo

8. Non chiederti cosa può fare il Southern Walking per te, ma fermati a bere una limonata

9. Non strafare: ci si stanca anche in poltrona, se ci si applica troppo

10. Non c'è l'app del Southern Walking

venerdì 8 luglio 2011

Il timbratore è maschio o femmina?


Il timbratore. Questa presenza incongrua, fuori luogo, questa reliquia di un mondo sommerso. Muto spettatore di drammi e pasticci umani, angelo della morte lenta, riparo dei pedanti, simulacro del nulla, totem sindacale. Ho caricato i toni, ne sono conscio, ma è colpa del timbratore.

Lavoro ormai da un sacco di tempo, ma solo recentemente ho cominciato a timbrare il cartellino. Una "tessera", per dirla col Carducci, di plastica a una banda magnetica, che va infilata in una bocchetta stretta stretta strettuliella e strisciata, augurandosi di sentire un singolo, fesso bip.

Il timbratore, come il cinema e gli incidenti automobilistici, esiste soltanto in alcuni momenti esaltanti, e poi ne prescindiamo. Quando c'è, c'è intensamente. Quando non c'è, il suo non esserci è un tipo di assenza assimilabile a una pulsione vitale; non è una negatività che si dà per autoesclusione, ma piuttosto una permanenza intima e sottotraccia di possibilità inespresse. Il timbratore, teorizzano alcuni eresiarchi del dipartimento Esegesi e Redenzione del Ministero della Funzione Pubblica, non è in realtà partecipe di alcuna assenza, ma piuttosto di uno stand-by diffuso e trascendentale.

Lasciamo la filosofia a Laterza, tuttavia, e concentriamoci qui piuttosto su un mistero squisitamente di genere. Il timbratore è maschio o femmina? Non mi si dica, per favore, che questo tipo di ambiguità va accettata e compresa come una ricchezza. Voglio vederci chiaro. Già ad una prima occhiata salta all'occhio una contraddizione macroscopica. Il nome di quest'oggetto è non solo maschile, bensì maschio in maniera esagerata, predatoria, grottesca. "Timbratore" suggerisce una virilità rapace, insensibile e collezionistica. Un elemento in più per considerare l'oggetto fuori corso.
Tuttavia, se dal logos scendiamo alla percezione, il timbratore si palesa come mondo cavo, accogliente, in vigile e umida attesa di tessere penetranti. Non penso sia dignitoso, nè necessario, proseguire ulteriormente su questa strada. Il problema è squadernato: il timbratore è fallico o uterino?

La dicotomia si ripete pari pari nei livelli alti della mediazione sociolinguistica e nelle onde concentriche dei memi correlati all'oggetto.

Nel primo caso, ci si limiti a considerare questa fraseologia. Incompleta ma veritiera. Sono tutti mots trouvè, non ho aggiunto un'acca.

- Se squilla due volte, ripassi la tessera e lo fai contento

- Cavolo, ho sbagliato, dovevo entrare e sono uscito. Che faccio?
- Fai finta di niente e rientra

- Vieni, datti una mossa che se no arriviamo in ritardo al timbratore

L'ultimo esempio parrebbe deviare dalla sfera vitalistico-generativa, per quanto ambigua, verso quella esoterico-numerologica, con chiari accenni alla morte-dell-io.

- Se devi andartene fuori, fai il 39 e poi striscia


Restano da analizzare le immagini veicolate dalla cultura popolare attorno al timbratore. Il riferimento obbligatorio è Fantozzi, per cui il timbratore è un traguardo sportivo e un capestro. Campione di una mascolinità inadeguata e complessata, Fantozzi finchè confinato all'interno del mondo-timbratore insegue donne androgine (la signorina Silvani). Appena ne esce, le sue possibilità di costruzione di una dinamica erotica appagante svaniscono del tutto. Nel mondo esterno ai confini presidiati dal timbratore vivono invece esemplari di una mascolinità primordiale e minacciosa (Franchino non timbra cartellini).

Insomma, il timbratore è un elemento di confusione sessuale, nonchè veicolo di dipendenza, che gli enti pubblici dovrebbero combattere per questioni di igiene e progresso. Va da sè che in Italia, negli ultimi quindici anni, si è forse esagerato con la lotta alle dipendenze - il lavoro dipendente è del resto insidioso - mettendo forse in minorità i gender studies.

E' ora di porvi rimedio.

domenica 17 aprile 2011

La pietà di Moretti

Nella conferenza stampa di presentazione di "Habemus Papam", Nanni Moretti dice di aspettarsi letture del film a molti livelli ("quasi tutte sono autorizzate").
Ho visto il film è mi è sembrato bellissimo. Dopo sei o sette recensioni lette sul web, la cosa che più mi colpisce è che si stia assestando un senso comune secondo il quale l'ultimo film di Moretti racconta il dramma di un uomo "che non vuole fare il Papa".



Ora, la questione è sottile. Il nuovo Papa, nel film, non vuole mostrarsi alla folla. Grida "non ce la faccio", scappa dai pontifici appartamenti, girovaga tra le strade di Roma, sussurra "vorrei scomparire". Ma il personaggio, interpretato con un tocco di leggerezza geniale da Michel Piccoli, non mette mai in dubbio di essere stato "scelto da Dio". "Ha problemi con la fede?" gli chiede a un certo punto Moretti, interpretando lo psicanalista ateo chiamato in Vaticano come ultima spiaggia. "No", risponde il Papa stupito - e forse scandalizzato. In un 'altra scena, fondamentale, il portavoce vaticano interpretato da Jerzy Stuhr rabbonisce il pontefice depresso dicendogli di prendersi tutto il tempo necessario, di pregare, e di stare tranquillo: a un certo punto "sarà pronto per essere il Papa". Ma quello risponde "Sono già il Papa". E infatti, non chiede mai una volta di voler essere destituito.

E' questo il punto centrale: una volta accettato, come impone la dottrina cattolica, che la scelta del conclave non è un'operazione umana, ma la manifestazione della volontà di Dio, se il predestinato si sente inadeguato, allora vuol dire che Dio ha scelto, per qualche motivo oscuro all'umanità, che la Chiesa cattolica debba essere condotta da un uomo inadeguato. Bel casino.


Michel Piccoli riesce, con una recitazione eccezionale, a rendere evidente che il nuovo Papa non solo si sente inadeguato, ma lo è davvero, in modo oggettivo. La carriera artistica a cui ha rinunciato per diventare prete non prometteva granchè: all'esame di ammissione alla scuola teatrale era stato bocciato. E anche il suo tentativo di unirisi a una compagnia di attori che recitano Cechov, dopo la fuga dal Vaticano, fallisce; pur conoscendo a memoria il testo, non riesce a imporsi e a prendersi la parte, perchè non è all'altezza.


Il Papa di Moretti è insomma un papa eletto, regnante, "scelto da Dio". E' la persona "giusta", dal punto di vista soprannaturale, per guidare la Chiesa. E lo stile, il programma, di questo particolare Papa è il seguente: la rinuncia al proprio ruolo.
Non si tratta quindi, della storia di un uomo che non vuole fare il Papa, ma di un uomo che, eletto Papa, si sente costretto a vivere il pontificato "scomparendo nella vita", cosa che fa soffrire tutti, a cominciare da lui.


Moretti è stato molto indulgente con la Chiesa. Il suo non è uno sguardo cristiano, ma post-cristiano sì. La rivendicazione della "terribile bellezza del darwinismo", che il suo personaggio contrappone ad una sciocca vulgata della teoria del disegno intelligente enunciata da un cardinale, è gonfia di pietà. Anche i darwinisti militanti alla Richard Dawkins, infatti, parlano di "bellezza" del darwinismo. Ma non la connotano come "terribile", bensì come "economica": la teoria di Darwin spiega la complessità appellandosi a un'idea semplice, mentre l'ipotesi di Dio spiega la complessità ricorrendo a un'idea ancora più complicata.

Moretti invece guarda all'estinzione di chi "è inadeguato" come a un processo doloroso, e non esita a partecipare di persona a questo dolore. E' incredibile, ma dopo Marx, dopo Nietschze, dopo l'Olocausto, dopo Hiroshima e dopo il postmoderno di massa, il cristianesimo rispunta sempre fuori.

giovedì 3 marzo 2011

Già sui libri a 11 anni. Ma quali sono i rischi?




Brian ha 11 anni, e ha la Sindrome Da Lettura di Libri. La diagnosi è stata precoce. Ma questo non rassicura i suoi genitori. La SDLL è insidiosa, sfuggente, e nessuno ne conosce il decorso. Come la depressione, l’anoressia o l’alcolismo, chi ne soffre fatica ad accettare la diagnosi.

Ho passato due pomeriggi con Brian e la sua famiglia in un paesino del nord Italia. Il ragazzino è sveglio, irrequieto, testardo. Lo sguardo veloce e vorace, ha un ciuffo nerissimo che, ci giurerei, avvita per dispetto con il gel di papà quando nessuno lo vede. Appena può, Brian scappa dalla postazione web del salotto di casa per rifugiarsi in camera sua. Tra le mani ha un libro.
Legge da solo, senza adulti vicino per aiutarlo a capire, e senza nessun filtro in grado di proteggerlo da contenuti non adatti alla sua età.
Ha imparato a leggere ormai da un paio d'anni, e i libri sono diventati la sua finestra privilegiata sul mondo.
Li legge per distrarsi, e per imparare. O almeno così sembra. Ma quello che davvero succede è che Brian delega ai libri l’autorità per confermare o smentire nozioni raccolte sul web.
Li usa per cercare storie, per far volare la fantasia. Questo è quello che dice lui. La verità è che sui libri Brian dà sostanza mentale alle confuse pulsioni morali ed erotiche che lo agitano. La sua mente di ragazzo viene piegata e plasmata dalla forza sovrumana e millenaria di quelle storie.



Brian, com'è naturale, non ha consapevolezza di questo magma di contraddizioni. Ho cercato di mettere ordine tra i suoi pensieri, in una chiacchierata surreale e frammentaria nella sua stanzetta al secondo piano di una bella villetta a schiera.

"Devi leggere questo - mi dice Brian lanciandomi un misterioso volume intitolato "Le anime morte" - è una figata."

Brian frulla tutto. Mi parla di storie di fantasmi, di un'enciclopedia sui minerali, della scoperta di una sessualità immaginaria, e di scariche di violenza inaudita mediate da romanzi come "I miserabili", di un certo Victor Hugo, o come questo "anime morte", che sembra non promettere niente di buono.

Il problema, com'è ormai noto, è che la lettura dei libri espone a una marea di informazioni eterogenee, difficili da gestire, impossibili da controllare. E soprattutto, irresistibili. I libri sono affollati di personaggi negativi dall’indubbio potere di seduzione per i ragazzi. Chi ne ha letti molti è pronto anzi a giurare che i libri-droga sono proprio quelli zeppi di patti sanguinosi, fallimenti epocali, inferni familiari, battaglie cruente, orrendi tradimenti e oscene viltà. A volte tutte insieme.


"Non sappiamo a quali rischi possa andare incontro un ragazzo esposto ai libri per molte ore al giorno - sostiene il dottor Cazzuglio dell'Università di Pavia, autore del video "Il nemico in casa. I giovani e lettura", hKi9.oOsd7.?it - ma di sicuro stiamo tutti sottovalutando il problema. Gli studi che porto avanti con il generoso finanziamento della Wunga Corporation fin dal 2282 dimostrano chiaramente che la corteccia frontale trilobata di lettori precoci, osservata in un periodo di sei anni, mostra un rigonfiamento simmetrico di 25 micron, particolarmente accentuato lungo il filamento grigio di Chucrou-Superkatzulan. Stiamo solo iniziando a interrogarci sul significato di queste modificazioni, ma il fatto che esistano è già un campanello d'allarme che non possiamo ignorare. "

Più conciliante un team di antropologi dell'università “Mark Zuckerberg” di Bangalore, capitanato da Divendra Sardapanalawardene.
"I libri spaventano perché ci siamo scordati di loro. Di fatto vengono vissuti come una novità - sostiene Sardapanalawardene (d'ora in avanti "S.") - Ci si scorda in fretta che tutte le tecnologie, al loro apparire, sono nuove, e ci fanno sentire senza difese. Non voglio dire che i rischi non esistano, ovviamente. Ma se scatta l'automatismo per cui è la nuova tecnologia in sé a rappresentare un problema, allora siamo nei guai, perché non avremo più la lucidità per capire che sono i comportamenti, e non gli strumenti, che vanno controllati."

Simili opinioni radicali non sono rare negli ambienti intellettuali indiani, e vengono riprese, con accenti diversi, anche in alcuni circoli del vecchio continente. Ma si tratta delle speculazioni astratte di alcuni intellettuali: le famiglie, le scuole, le comunità sanno bene che i pericoli sono reali, e in certi casi addirittura drammatici.


Due settimane fa, a Nizza, un caso di Sindrome Da Lettura di Libri è stati diagnosticato alla piccola Claire (il nome è di fantasia), di appena 10 anni. Che la SDLL potesse colpire una bambina non se l'aspettava nessuno. Uno specialista arrivato da Parigi, che preferisce rimanere anonimo, mi ha fatto capire che dietro al dramma di Claire ci sarebbe un'intera collana di romanzetti a tema vampiresco. "Certo, può aver contribuito l'assenza del padre, una malattia respiratoria contratta ancora in fasce, e le costanti umiliazioni patite a scuola a causa di qualche chilo di troppo. Ma le mie analisi dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la colpa è dei libri. La bambina si è persa in un mondo virtuale, popolato da esseri inesistenti, ed è stata ghermita da un male oscuro e molto, molto reale."


Come se non bastasse, i genitori di questi ragazzi si rivelano spesso altrettanto indifesi dei loro figli di fronte a questi rischi.
La madre di Brian, Styxia, non ha mai preso in mano un libro in vita sua. E' una docente di letteratura cinese in una piccola università, e ammette candidamente di sentirsi incapace di penetrare un mondo da un lato fantastico e minaccioso, e dall’altra disarmante nella sua inutilità. I libri la annoiano e la atterriscono allo stesso tempo. Sapere che il proprio figlio ha perso la testa per qualcosa che troviamo contemporaneamente atroce e banale è una brutta esperienza.
Paolo, il padre, ha invece una certa dimestichezza coi libri. Ma è la familiarità tipica di chi usa una tecnologia che non ama, perché non può farne a meno. Consulente creativo presso una grossa multinazionale, Paolo è costretto per lavoro a macinare storie stampate. Solo così riesce ad elaborare le nuove idee necessarie a competere nel settore di mercato in cui lavora. L'innovazione creativa è rimasta l'unica riserva in cui la sua azienda è inattaccabile. Brian ha provato di tutto, ma per riuscire a "restare in sella" ha bisogno di leggere libri. Se ne vergogna, ovviamente, e cerca in tutti i modi di alzare un muro. Ai colleghi non lo dice. Finge di trovare ispirazione in rete, nelle relazioni, a teatro. In realtà, tutte queste esperienze gli servono non per produrre, ma per vivere. I drogati, del resto, si drogano per vivere, e vivono così tanto da morirne.
Appena può, Paolo chiude i libri che tiene clandestinamente in ufficio e torna a casa, per distrarsi sul web. Paolo sa bene che il lato più subdolo dei libri è il potere di creare relazioni forti e pervasive, in cui le giovani menti si possono perdere.

"Fino a qualche anno fa, con Brian, navigavamo insieme 2-3 ore al giorno. Era bello. Si giocava, naturalmente, ma per me era anche un modo per capire il suo mondo interiore, e per trasmettergli le mie passioni, la mia idea del bello. Insieme, potevamo condividere le immagini e i suoni che ci piacciono. Eravamo in rete col mondo, ma sapevamo di essere in un contesto sicuro, controllato. Dopotutto, gli altri, sul web, sono entità immaginarie. Ora ho la sensazione di averlo perso. E' accaduto così in fretta. Ho scoperto per caso un libro di Borges sul suo comodino. Era stato letto in modo....come dire...furioso. Anch'io, sa, ho letto Borges, anche se non proprio quel libro lì. Uno scrittore di libri argentino. E' stato tanto tempo fa. Per me quella lettura era stata una provocazione intellettuale. Non capivo quasi nulla, ma mi restavano dentro delle immagini. Brian, invece, questo libro l'aveva divorato. Le pagine erano consumate. Ho cominciato a rovistare, e nel suo armadio ho trovato "Il processo" di Franz Kafka, e non so quale storia deprimente e asfissiante di un certo Thomas Bernhard. Li ho letti anch’io, a quel punto, e poi ho messo insieme i pezzi. Ho capito che Brian aveva cercato Kafka perché incuriosito da un commento di Borges. E il dolore e la solitudine lette nelle pagine di Kafka lo hanno condotto a questo Bernhard, che quando va bene descrive malati di tisi in orribili sanatori austriaci del ventesimo secolo.
Vede, è questo che mi preoccupa. I libri sono in relazione tra di loro, e ogni libro parla di altri libri. Io forse un po’ sono stato catturato da questa cosa…ma il fatto è che nessuno di noi se ne rende conto, abbiamo tutti sottovalutato la pericolosità di questi oggetti. Figuratevi cosa può capire Brian. Entrando in quel mondo, diventa preda di una rete di idee, storie ed emozioni sulle quali non può avere nessun controllo. Questa cosa mi fa paura. Ho provato a proporgli di navigare il web per cercare immagini di donne nude, ma non ne vuole sapere."
Gli scenari che abbiamo di fronte sono inquietanti. Regolamentare la diffusione e l’uso dei libri sembrerebbe la soluzione ovvia. Tuttavia, i problemi pratici rendono questo approccio impraticabile. Solo nel 2201 sono stati stampati, se dobbiamo credere al minuzioso censimento dell’agenzia governativa europea per la lotta alle dipendenze Addiction Watch, tra i 300.000 e i 400.000 libri. E’ probabile che questa stima sia al ribasso, visto che non sono stati considerati – chissà poi perché – libri molto piccoli, volumi illustrati e manuali tecnici. La stima di Addiction Watch presume inoltre, in base a una proiezione statistica molto accurata, che il 15-18% dei libri siano diretti ad un pubblico di adolescenti.
La produzione di libri per bambini è vietata in tutto il mondo, ovviamente, ma quella per adolescenti non è illegale in nessun paese del mondo, eccetto Cuba, Singapore e la Svezia.

“Abbiamo un vuoto legislativo – ammette sconsolata Gudrun De Francesco, sottosegretario federale europeo alla Giustizia – che va colmato con un’azione rapida, determinata e condivisa. Voglio essere molto sincera: il problema non è solo impedire la produzione e la diffusione di oggetti libreschi destinati al mercato infantile. Bisogna dotarsi di strumenti legali che ci consentano di individuare e distruggere le biblioteche russe e turche, che sono il vero centro di proliferazione incontrollata di libri.”



Biblioteche? Davvero esistono ancora le biblioteche? La notizia, se confermata, sarebbe eccezionale.

Michael Trippengucken è un reporter freelance tedesco. Sta realizzando un documentario per FNL-2 che si intitolerà “La Biblioteca di Babele”. Sono riuscito a vederne qualche fotogramma, e sono rimasto senza fiato. Bunker sotterranei, di cui Michael non rivela l’esatta localizzazione, sprofondano nel buio e rivelano alla sua telecamera, dopo un’avventurosa discesa, stanze enormi piene di libri. “Adesso posso farti vedere solo pochi minuti – spiega Michael – ma quando vedrai il video montato su FNL-2 scoprirai che non ci sono dubbi. Questa è una vera biblioteca. Contiene almeno un milione di libri. Non sto scherzando. Qui dentro ci sono un milione di libri.”

Non sono riuscito a verificarlo. Trippengucken è un bravo reporter, ma è anche un esaltato. Ha una lunga cicatrice che gli decora una guancia, e fuma tabacco. Le sue immagini mostrano cataste altissime di volumi rilegati. Ci sono libri di storia, di cucina, faldoni amministrativi, romanzi, e perfino raccolte di poesie. Trippengucken probabilmente si è inventato di sana pianta il milione tondo tondo con il quale vuole scioccare il mondo. Ma se anche questo luogo ne conservasse la metà, di libri, saremmo comunque nei guai.

“Fermati! – gli grido a un certo punto – torna indietro. Ancora un po’. Ora avanti lentamente. Guarda quello”

Un frame del video mostra un pavimento sporco, di legno chiaro, con cinque libri accatastati in una piccola torre. Quello in fondo, di formato molto più largo degli altri, presenta un disegno infantile. Raffigura una bambina vestita con delle calze rosse e verdi, legate – giuro che non sto inventando – da una specie di giarrettiera. Il volto della bimba non si vede, ma ho notato una treccia di capelli rossi. Del titolo si legge solo una porzione, che recita “pi Calzelunghe”. Non ho idea di cosa voglia dire. Ma è fin troppo chiaro che siamo di fronte a un libro per bambini.

Ho in mano una stampa di quel fotogramma, in questo momento. Non lo userò per questo articolo. Sarebbe troppo facile. Sarebbe sbagliato. La battaglia ora va portata avanti a livello politico, e questa consapevolezza ci impone rigore e sangue freddo. Quando, centoventi anni or sono, l’ente che allora si faceva chiamare ONU deliberò la distruzione di tutti i libri del mondo, non trovò la collaborazione generale e trasparente che formalmente tutti auspicavano. E’ stato uno sbaglio che non si deve ripetere.

L’immaginazione, la libertà e la naturale logica dei bambini sono ciò che di più prezioso abbiamo al mondo. Non possiamo permettere che questi mostri di cellulosa la violentino.

Lo dobbiamo a Brian e a Claire.

mercoledì 8 dicembre 2010

E se Lennon fosse morto nel 1980?


John Lennon compie 70 anni. E' un compleanno diverso dagli altri, per un uomo che ha avuto almeno tre vite, e che non ha mai cessato di stupire. John non è mai stato così presente, così duro, così radicale. Un nuovo disco, la polemica con Assange, il viaggio in Corea del Nord in cui per poco non ci lasciava le penne. Oggi John rappresenta l'unica icona globale rimasta in piedi. Ma non è solo questo. John è anche l’unico cordone ombelicale che ancora ci lega al mondo com'era prima del 2001. Lui questa camicia di forza del sopravvissuto, è chiaro, non l’accetta.

Ho avuto la fortuna di incontrare John due settimane fa a Liverpool, grazie all’intercessione del figlio Julian e dell’ufficio stampa della EMI, per una volta cordiale oltre che efficiente. Non posso dire che si sia trattato esattamente di un’intervista. Foto, neanche a parlarne. John sarà anche vecchio, ormai, ma di sicuro non ha perso il gusto per la provocazione, e ha finito per tempestare di domande me. “Perché porti la barba?” “Ma è proprio vero che Pompei sta crollando?” “Non sarai anche tu così coglione da farmi una domanda su Julian Assange, vero?”. E via così. Tra un interrogativo e l’altro, è riuscito in qualche modo a dirmi che no, non si sente un sopravvissuto. “Se proprio devo fare una variazione sul tema, diciamo che mi sento un immortale”. Le spara ancora grosse, John.

Ma è inutile girarci intorno. Per la prima volta da più di mezzo secolo si avverte con dolorosa evidenza che l'era di John Lennon è finita, e nessuno può farci niente. Non volercene John, per questo compleanno amaro: sei stato tu del resto a insegnarci a guardare sempre avanti.

I mitomani non sono mai mancati attorno ai Beatles. Ma stranamente hanno lasciato sempre in pace John, nonostante le derive messianiche di cui Lennon è riuscito a liberarsi solo a metà anni Ottanta. Ora è cambiato tutto. Decine e decine di invasati inondano il web di storie improbabili, che avvolgono il mito di Lennon in una nuvola tossica. I pazzi sono per le Leggende Viventi quello che le petizioni online sono per le lingue in via d'estinzione: lo spot finale prima dell'ultimo atto. Tra gli spostati dell'ultim'ora ce n'è però uno che ha una storia sorprendente. Naturalmente è un pazzo. Ma vale la pena ascoltarlo, perché c’è del metodo nella sua follia. Quest'uomo sostiene di aver ucciso John Lennon, con cinque proiettili alla schiena, l'8 dicembre 1980.

***

La persona che deve farmi una rivelazione sorprendente mi ha già tirato il bidone due volte. Ma entrando nella stretta e buia saletta interna del “Red Rooster”, a Soho, capisco che è la volta buona. Mentre mi siedo all'unico tavolo occupato, squadro il personaggio. Il sollievo di non essere stato preso ancora una volta per il culo lascia subito il posto a un pungente fastidio. Il mio informatore è untuoso, sgradevole. Avrà circa sessant'anni. Ed è chiaramente un paranoico.

“Nel 1980 ho ucciso John Lennon” - esordisce

Magari. Sto facendo un fast forward. Il nostro primo scambio di parole in realtà è stato il seguente.

“Allora...eccoci qua. Niente foto, come ho già detto, niente domande personali. E niente registratore”

“Come niente registratore?”

“Puoi prendere appunti.”

“Come ti devo chiamare?”

Nessuna esitazione: “Winter Duck”

“Eh?”

“Winter Duck”

“Ma che dici. E' ridicolo. Non puoi aspettarti alcuna credibilità se ti fai chiamare Winter Duck”

“Non me ne frega niente. La mia credibilità è un problema tuo”

“Winter Duck”

“Esatto, Winter Duck”

Per un’ora Winter Duck mi ha parlato di Obama e della sua presunta doppia vita da musulmano. Cosa c’entra, pensavo. Sono stato sul punto di alzarmi e andarmene per tre volte, ma qualcosa nello sguardo di quel pazzo mi ha trattenuto. A un certo punto, senza cambiare registro, mi ha guardato negli occhi e ha cominciato a dire:

“L'8 dicembre 1980 mi sono piazzato davanti al Dakota Building, di fronte al Central Park, dove Lennon abitava con Yoko e Sean. Ci sono andato con una pistola. Volevo sparargli. Ci avevo già provato la mattina, in realtà, ma arrivato al dunque non ho retto, e gli ho chiesto un autografo sulla copertina di “Double Fantasy”.
Se è tutto quello che ti serve” mi ha detto lui. Capite? Quell’uomo meritava di morire.
Per un incredibile disattenzione, però, non l'ho visto uscire nel pomeriggio. Allora ho aspettato fino a sera. Quando finalmente è arrivato - erano le 11 di sera passate - ho incrociato lo sguardo di Yoko. In quel momento ho provato il desiderio di uccidere anche lei, oltre a lui. Ma sparare a due persone è tecnicamente difficile. E comunque l'essenziale era fermare Lennon. Lui sapeva dove vanno le anatre d'inverno, e non lo voleva dire. Gli ho ficcato cinque proiettili nella schiena, e poi sono entrato nel Central Park a leggere Il Giovane Holden. E' un libro eccezionale sa? C'è dentro tutto. La mia idea era quella di aspettare la polizia e farmi arrestare, ma non ne ho avuto il coraggio.”

Dopo questa confessione spettacolare – che ovviamente ho registrato, di nascosto – l'anonimo personaggio mi ha inchiodato alla sua paranoia e mi ha costretto a sorbirmi un trattato di teologia evangelica e un modesto, anche se minuzioso, saggio critico su John Salinger.

Questo faccia a faccia con la follia non è stato inutile. Winter Duck (anche il nomignolo, ora è chiaro, è un riferimento in codice a Salinger) sostiene di aver voluto uccidere Lennon per punirlo. Di essere un “blasfemo”, ovviamente. Ma soprattutto di essere “fasullo”. Winter Duck è un uomo di fede, anche se stralunata, e il suo libro sacro è appunto il Giovane Holden di Salinger. Durante una complicata adolescenza, quest'uomo si è aggrappato al libro con la maniacale e livida tenacia del frustrato, ed è giunto ad identificarsi in Holden Caulfield, il protagonista del romanzo. Il risentimento di Holden per i “fasulli” è diventato l'odio di Winter Duck per un idolo globale che era “bigger than Jesus”.

Oggi ce lo siamo scordato, ma verso la fine degli anni 70 Lennon si attirava molte accuse di ipocrisia, perfino da chi lo amava. Per Lennon – sempre in controtendenza col mondo – il 1980 ha segnato una rinascita umana ed artistica, ma gli anni immediatamente precedenti lo hanno visto recluso, su una barca a vela, infilato in un riflusso domestico che strideva con l’impegno politico e sociale a cui aveva abituato.

Il suo carnefice mancato è una persona macerata dal dolore, che ha individuato nella popstar più famosa del mondo l'agnello sacrificale, il Re dei Fasulli. L'intellettuale pacifista che abbandona moglie e figlio e li tratta come appestati. Il geniale artista che senza Paul McCartney suona rauco e pretenzioso. La decisione di uccidere Lennon per Winter Duck rappresentava un atto di ribellione. La sua rappresentazione, di fronte al Dakota Building, poteva essere la chance di elaborare l’odio e superarlo. Evidentemente non è andata così, perché quest’uomo è veramente convinto di aver ucciso Lennon.

“Ma scusa, se l’hai ucciso, come dici, perché nessuno ha visto niente? Dov’è finito il cadavere? Chi l’ha fatto sparire? Chi ha preso il posto di Lennon? Chi è salito sul palco con David Byrne per un anno di fila? Com’è possibile che Yoko abbia accettato di vivere altri 6 anni con un sosia? Come avrebbe potuto convincere i bambini? E soprattutto: come pensi che anche una sola persona possa crederti? La tua storia non è nemmeno originale, c’è già la menata su Paul”

“Infatti non mi crede nessuno”

***

Un mondo senza Lennon. Come sarebbe stato? Ho fatto ricerche diligenti, e sono giunto alla conclusione che non se l’è chiesto mai nessuno. E già questo ci dice qualcosa. Tutte le redazioni del mondo hanno pronto il coccodrillo per Lennon, ma nessuno riesce davvero a pensarlo inesistente.

Ammettere che avrebbe potuto morire significherebbe buttare via anche l’ultimo legame con quel mondo incantato e fasullo, il ‘900, in cui sembrava che “everything’s gonna be allright”

Quest’uomo nato in un porto industriale depresso, con una famiglia disastrata, poca cultura e un carattere spigoloso, è diventato un genio della musica, un attivista politico. un regista visionario, un pioniere del web, un innovatore nel campo della comunicazione. E alla fine, è assurto al rango di elemento naturale. Come un iceberg, un’isola o un ciliegio giapponese.

Buon compleanno, John.