
Il libro di Carlo Martinelli "UN ORSO SBRANA BARICCO" (va scritto a caratteri cubitali, leggere per capire), dice molte cose interessanti sul Trentino, oltre ad un paio sull'Alto Adige e parecchie sul Carlo. Quasi nulla su Baricco.
Nel suo precedente "Storie di pallone e bicicletta" il registro e i temi erano quelli della memoria, dell'indolenza, dell'amarcord e di un radicalismo sudamericaneggiante. Ma Carlo non era (e meno male) Gianni Minà. Perchè non perdeva mai di vista il locale, e perfino la provincia, quel piccolo mondo che la sinistra italiana, a furia di complessi di superiorità, non vede più.
Perchè padroneggiava ironia e sarcasmo, rivolgendoli anche contro se stesso. E soprattutto perchè si disinteressava dei potenti del mondo - ancorchè, appunto, "di sinistra" - e preferiva gli sconfitti, gli umiliati e offesi, quelli che dissipano il talento piuttosto di prostituirlo.
E tuttavia, il limite, se così si può dire, di quelle storie, era il sottofondo consolatorio. Erano storie che, con alcune notevoli eccezioni, facevano stare bene. Perfette, da un certo punto di vista, ma non per quelli di noi che dalla scrittura si aspettano di essere messi in crisi, di masticare dubbi e ambiguità.
Crisi, dubbi, ambiguità, surrealismo e anche dolore affiorano invece in "UN ORSO SBRANA BARICCO". Rimangono, oltre a tutte le componenti essenziali di cui sopra, tutti gli eroi del nostro, da Laurel & Hardy agli attaccanti dell'URSS del '66. Rimane la leggerezza, e spesso la volontà di chiudere le storie andando oltre la poetica del frammento iniziale. Rimane il Sudamerica, ma senza esotismi perchè questa volta ("Lo spacciatore di poesie") è Borges che fa capolino.
Ma Martinelli non avverte più il bisogno di rassicurare, e questa nuova libertà gli ha messo le ali. Si cala nella psicologia di personaggi che probabilmente detesta, e li fa suoi. Ne ritrova le ragioni (psicologiche più che morali), accetta la loro umanità, e pur senza fare sconti al loro essere mostri, li mette in scena e li rende pensabili. E' esattamente il contrario di quello che continuano a fare gli eredi anagrafici e ideali di quel '68 pur sempre presente in queste storie: lo sforzo dei gruppettari è quello di rendere disumano, impensabile, antropologicamente altro l'avversario, che sia Cossiga o la Gelmini. Col doppio risultato di rinchiudersi in una riserva, e di rendere gli avversari più forti (chi non è pensabile non si può sconfiggere). E tutti questi bei fallimenti pur di santificare la propria identità di minoranza.
Carlo Martinelli, dicevamo, non ha paura di incarnarsi nei mostri. Scrive con la voce del sottoproletario alienato, dello psicopatico che odia l'arte, del "fannullone" provinciale che si fa i trip emotivi sulle chat, del commissario di Polizia chiamato da un fatto di cronaca a indagare sulla follia dei trentini.
Perchè è anche questo che salta all'occhio in "UN ORSO SBRANA BARICCO": il fermo immagine di un popolo che è all'apparenza talmente distaccato, freddo, diffidente, da far passare sotto silenzio le proprie stranezze e schizofrenie. Chi vive in Trentino sa che non sono poche. Nel libro di Carlo ci sono tutte.


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