venerdì 12 dicembre 2008
Mart2.0 sul Corsera
L'articolo lo firma Vincenzo Trione, che non solo conosce bene il sito del Mart, ma ha uno sguardo molto ampio sulla situazione globale delle attività dei musei sui nuovi media. L'articolo è pieno di spunti, ed è una boccata di aria fresca: non c'è traccia di quella logica ormai insopportabile che sembra obbligare i quotidiani italiani, anche i più seri, a parlare di web sempre e solo in chiave di "stranezza", di "frontiera".
L'altro luogo comune, quello che obbliga a raccontare il web all'interno della dialettica minaccia/opportunità, è sì presente, ma risolto all'insegna di un intelligente pragmatismo: molto semplicemente, Trione invita a fare un giro sui "musei virtuali", e a ragionare su questa esperienza, cercando di comprenderla.
Per quanto sembri incredibile, nella sua semplicità è proprio questo che mancava: un invito da parte di un grande giornale a navigare e capire, senza pre-giudizi.
sabato 6 dicembre 2008
Analisi politica dell'Orso mannaro

Il libro di Carlo Martinelli "UN ORSO SBRANA BARICCO" (va scritto a caratteri cubitali, leggere per capire), dice molte cose interessanti sul Trentino, oltre ad un paio sull'Alto Adige e parecchie sul Carlo. Quasi nulla su Baricco.
Nel suo precedente "Storie di pallone e bicicletta" il registro e i temi erano quelli della memoria, dell'indolenza, dell'amarcord e di un radicalismo sudamericaneggiante. Ma Carlo non era (e meno male) Gianni Minà. Perchè non perdeva mai di vista il locale, e perfino la provincia, quel piccolo mondo che la sinistra italiana, a furia di complessi di superiorità, non vede più.
Perchè padroneggiava ironia e sarcasmo, rivolgendoli anche contro se stesso. E soprattutto perchè si disinteressava dei potenti del mondo - ancorchè, appunto, "di sinistra" - e preferiva gli sconfitti, gli umiliati e offesi, quelli che dissipano il talento piuttosto di prostituirlo.
E tuttavia, il limite, se così si può dire, di quelle storie, era il sottofondo consolatorio. Erano storie che, con alcune notevoli eccezioni, facevano stare bene. Perfette, da un certo punto di vista, ma non per quelli di noi che dalla scrittura si aspettano di essere messi in crisi, di masticare dubbi e ambiguità.
Crisi, dubbi, ambiguità, surrealismo e anche dolore affiorano invece in "UN ORSO SBRANA BARICCO". Rimangono, oltre a tutte le componenti essenziali di cui sopra, tutti gli eroi del nostro, da Laurel & Hardy agli attaccanti dell'URSS del '66. Rimane la leggerezza, e spesso la volontà di chiudere le storie andando oltre la poetica del frammento iniziale. Rimane il Sudamerica, ma senza esotismi perchè questa volta ("Lo spacciatore di poesie") è Borges che fa capolino.
Ma Martinelli non avverte più il bisogno di rassicurare, e questa nuova libertà gli ha messo le ali. Si cala nella psicologia di personaggi che probabilmente detesta, e li fa suoi. Ne ritrova le ragioni (psicologiche più che morali), accetta la loro umanità, e pur senza fare sconti al loro essere mostri, li mette in scena e li rende pensabili. E' esattamente il contrario di quello che continuano a fare gli eredi anagrafici e ideali di quel '68 pur sempre presente in queste storie: lo sforzo dei gruppettari è quello di rendere disumano, impensabile, antropologicamente altro l'avversario, che sia Cossiga o la Gelmini. Col doppio risultato di rinchiudersi in una riserva, e di rendere gli avversari più forti (chi non è pensabile non si può sconfiggere). E tutti questi bei fallimenti pur di santificare la propria identità di minoranza.
Carlo Martinelli, dicevamo, non ha paura di incarnarsi nei mostri. Scrive con la voce del sottoproletario alienato, dello psicopatico che odia l'arte, del "fannullone" provinciale che si fa i trip emotivi sulle chat, del commissario di Polizia chiamato da un fatto di cronaca a indagare sulla follia dei trentini.
Perchè è anche questo che salta all'occhio in "UN ORSO SBRANA BARICCO": il fermo immagine di un popolo che è all'apparenza talmente distaccato, freddo, diffidente, da far passare sotto silenzio le proprie stranezze e schizofrenie. Chi vive in Trentino sa che non sono poche. Nel libro di Carlo ci sono tutte.
martedì 2 dicembre 2008
Comunicazione orizzontale vs Tradizione orale
Daniele è persona troppo elegante per dirlo a chiare lettere, ma la sua opinione è che grosso modo non ho capito una fava: lasciamo perdere Sehgal, ma nel caso di Lynn Carver, più che di tradizione orale è il caso, spiega Capra, di parlare di comunicazione orizzontale:
“Il modello di Antiruggine è orizzontale, basato sulla formula silenziosa del tam tam via internet, via mail e di persona. Non esiste pubblicità, manifesti o quant’altro. È il pubblico a tenersi informato direttamente dal sito del musicista, costantemente aggiornato. Non esiste un vertice bensì molti centri, alimentati dal passaparola e da esperienze individuali di fruizione culturale. È fondamentale che la mostra di Lynn Carver sia vista e raccontata dai visitatori agli amici, ai conoscenti, un po’ come le opere stesse raccontano la storia dell’artista (negli scampoli e nei tessuti raccolti in cinquant’anni). Anche i contributi nel catalogo di Alessandro Baricco, Aldo Cibic e Paolo Rumiz sono trasversali e finalizzati ad un approccio narrativo. Le persone, come i lettori di un libro o i visitatori di una mostra, vanno prese per mano.”
lunedì 1 dicembre 2008
Tradizione orale
Come sarà l'arte del XXI° secolo? Una voce di minoranza, ma che ha il pregio di rimandare a un fenomeno reale e non a nicchie di autocompiacimento, ci stimola a considerare la possibilità di una sorprendente vitalità dell'arte comunicabile solo a parole.
Per scelta, naturalmente. La dittatura delle immagini e il sovraffollamento di notizie e conoscenze hanno l'effetto paralizzante che tutti conosciamo. L'effetto xerox - quello per cui sapendo di aver fotocopiato una pagina che vogliamo leggere, la mettiamo via e non la leggiamo mai - si è riproposto anche sul web: abbiamo talmente tanti link e ipertesti, che poi leggiamo sempre le stesse cose. A parere di molti le reti sociali hanno un effetto liberatorio e permettono, per chi le sa usare, di uscire da questa spirale. Un altro modo per rompere l'alienazione da bulimia mediatica, ci dicono alcuni artisti, potrebbe essere quello di produrre opere d'arte che sono totalmente smaterializzate. E che contano, per essere capite e apprezzate, solo ed esclusivamente sul passaparola. Velleitario? Non lo so. Quello che so è che quando si viene in contatto con un'opera d'arte che non hai mai visto in foto, nè in video, nè sui giornali, nè descritta in un comunicato stampa, succede qualcosa di incredibile.
Un paio di esempi.
1)
Chi non vede la mostra di Tino Sehgal, organizzata ancora per poco a Milano dalla Fondazione Trussardi a Villa Reale, si perde il lavoro di un genio.
Non c'è molto da dire. In compenso c'è molto, moltissimo da riflettere. Fino al 14 dicembre 2008 la Fondazione Trussardi propone, ad ingresso libero, la prima mostra personale in Italia di una delle star dell'arte contemporanea, il tedesco Tino Sehgal. Le opere di Sehgal sono ospitate nelle sale della sede della Galleria d’Arte Moderna di Milano, che raccoglie una collezione di capolavori del XIX e XX secolo – con protagonisti come Antonio Canova, Andrea Appiani e Medardo Rosso.
In questo contesto, i visitatori incontrano le indefinibili opere di Sehgal, che non permette immagini, testi, descrizioni, titoli o qualunque altro intervento che crei una traccia scritta o visiva del suo lavoro. Superficialmente simili alle performance, le sue opere ultra concettuali in realtà sono visive, perchè si ripetono in continuazione, messe in scena da attori, cantanti e perfino critici d'arte travestiti da custodi di museo.
Ho sostato a lungo nelle sale del museo, osservando una coppia che si bacia interpretando baci famosi della storia dell'arte. Ho parlato di blues con una cantante che gorgheggiava di fronte al "Quarto stato". Ho discusso con un custode che voleva fare uno spogliarello. Ho contestato un finto passante che dichiarava di "occupare" il corridoio in cui si trovava. Ho osservato un'ignara visitatrice affrontare una chiacchierata poco impegnativa con un custode, di fronte a "El Looch" di Medardo, solo per scoprire che il "custode" ne sapeva molto più di lei. Ho sbirciato una ragazza che si contorceva per terra, e mi sono chiesto se il fatto di comtemplarla come opera d'arte non fosse una violazione della persona che si spalmava sul pavimento; se la mia reazione di disagio fosse stata prevista dall'artista; se l'impossibilità di considerare opere delle persone fosse un valore della ricerca di Sehgal, o un corto circuito.
E ne sono uscito con la consapevolezza che Tino Sehgal è un genio, e che non sarei mai riuscito a spiegare perchè, se non raccontando quella giornata a qualcuno, con due ore di tempo e una bottiglia di Teroldego.
2)
Anche la mostra di Lynn Carver "Fili", curata da Daniele Capra da antiruggine a Castelfranco Veneto si affida al passaparola. E coinvolge Baricco, Capossela, Ovadia...
Un particolarissimo sodalizio tra Mario Brunello - grande violoncellista che ama esibirsi sulle Dolomiti dopo ore di ascetica ascesa - e lo statunitense Lynn Carver dà vita a "Fili", negli spazi di antiruggine. Si tratta di un capannone industriale, a ridosso dell’antica città murata, dove Brunello e consorte hanno voluto un luogo “per dar vita ai pensieri e alle idee, per non lasciare la nostra mente alla ruggine”.
Come recita il comunicato stampa ufficiale della mostra, l'esperimento è tutto giocato sul passaparola:
"ad Antiruggine non c’è un biglietto di ingresso, non c’è neppure un manifesto, non un annuncio sui giornali, tutto si basa sul passa-parola, un passa-parola che stipa regolarmente il capannone. Tra i tanti amici dei Brunello e di Antiruggine: Alessandro Baricco, Vinicio Capossela, Giuseppe Cederna, Andrea Lucchesini, Carlo Mazzacurati, Moni Ovadia, Marco Paolini, Danilo Rossi, Paolo Rumiz, Tobia Scarpa, Sonig Thakerian..."
Il sito della mostra: http://brunelloantiruggine.blogspot.com/
Strumenti per la stampa: http://www.studioesseci.net/mostra.php?IDmostra=453

