
Sei mesi fa una mia amica che gestiva il blog “salviamo Brera” lasciò un commento sibillino al mio post “Cromatologia prof. Viola”.
“Dovresti fare un giro a Brera...” mi scriveva.
Bene, l’ho fatto. E quello che ho visto non mi è piaciuto.
Non conosco tutti i termini della questione, ma ho trascorso in quel posto un’ora e mezza e quello che mi sento di dire è che non penso affatto che Brera vada salvata. Mi sembrerebbe molto più logico spostare le opere, radere tutto al suolo e seminare pomodori. Anche a prato va bene.
Non ero mai stato a Brera fino al 10 novembre scorso. La mia impressione, varcando l’ingresso, è stata da un lato quella di entrare nel corpo putrefatto di un cadavere attraverso la bocca; e dall’altra quella di addentrarmi in un luogo familiare. E’ l’effetto New York: hai visto tutto al cinema, e quando ci arrivi davvero la combinazione di novità e familiarità è straniante. Io ho “vissuto Brera” a Bologna, nei primi anni Novanta. Ma sapere com’era non mi ha salvato dallo shock.


Il sentimento generale che domina Brera è il disprezzo, che soffoca ogni forma di vita come una cappa di diossina. Chi ha installato ovunque un’illuminazione modello George Orwell disprezza gli studenti che in quella luce devono vedere e leggere. Chi nega a questo luogo finanziamenti adeguati disprezza la cultura. Chi usa male, anzi pessimamente, i pochi soldi che ci sono, disprezza i cittadini e gli iscritti all'Accademia. Gli studenti disprezzano me, che vado in giro vestito diversamente da tutti gli altri, e quindi, secondo la logica fascista degli alternativi, sono Colpevole di Qualcosa. Il gestore del bar interno disprezza i suoi clienti, visto che serve dei panini di merda e li fa pagare pure tanto. La ditta di pulizie probabilmente non disprezza nessuno per il semplice motivo che non esiste nessun servizio di pulizia. Gli artisti falliti che indossano la sporcizia credendo che in qualche modo li purifichi dalla Nausea disprezzano se stessi. I professori disprezzano gli studenti, perché non c’è traccia di corpo docente. La loro presenza è testimoniata da un paio di sessantenni con la divisa (barbetta e sorriso sarcastico), e da irritanti fogli A4 appiccicati con lo sputo agli stipiti delle porte.



Naturalmente, la tecnologia e la modernità hanno comunque trovato modo di infilarsi in questi sepolcri per ravvivarli. Esiste infatti un corso, tenuto dal prof. Fabio Zanzotto, intitolato “Storia e Teoria dei Nuovi Media”. Molto opportunamente, vengo a sapere dell’esistenza di questo corso dal solito foglio A4 attaccato con lo sputo a uno stipite. Una mano saggia e paziente ha indicato con una freccia dissacrante che la parola chiave, qui, è proprio “Teoria”. Immagino che il prof. Zanzotto sappia il fatto suo, ma trovo esilarante che un corso sui Nuovi Media si occupi non di Pratica e Applicazioni, ma di Storia e Teoria. Sembra una di quelle discipline ossimoriche di Umberto Eco (“Istituzioni di Rivoluzione”, “Storia del teatro nell’Islam”). E invece è vero: “Storia e Teoria dei Nuovi Media”. C’è una Cosa Nuova, e a Brera che fanno? Ne studiano la Storia e la Teoria. Non riesco a smettere di ridere e fotografare.
La sensazione di morte e putrefazione è leggermente attenuata dalla prospettiva di visitare la Biblioteca Braidense. Non c’è dolore che una vecchia biblioteca non possa sanare. Dopo aver lasciato lo zaino in un armadietto la cui chiave è tenuta insieme con una cordicella che sa di piscio e benzodiazepine, entro in Biblioteca e – invece di Fare Qualcosa A Capo Chino – oso l’inimmaginabile: mi metto a guardarmi intorno. Vengo quindi puntualmente sgamato dall’Addetto, che mi trafigge con un
“Prego? Deve consultare?”
“No, vorrei solo visitare la Biblioteca”
Una pausa greve di disprezzo precede il suo “Non si può”
Mi aggiro colpevole nell’atrio, ammirando e sbavando di fronte all’ingresso che conduce a una lunga e magnifica sala ricoperta di libri fragilissimi, ammuffiti e deliziosamente inutili. L’Addetto mi ha scordato, ma io lo incalzo.
“E…senta…se volessi consultare, allora posso entrare?”
“Certo c’è da compilare qua e qua, deve scrivere il suo numero di carta d’identità”
Ecco, è tutto a posto ora. Finché ho preteso di restare in quel luogo e basta, la mia neutralità mi ha reso un anarchico malvisto. Avendo accettato, anzi, proposto, di rientrare in una casistica burocratica, sono diventato di colpo innocuo e disinfettato. Faccio anche io parte di un Grande Gioco del Mondo. L’Universo, che altri chiamano Biblioteca, è un luogo spaventoso, e non si può visitare senza Riti Scaramantici. Ho ammirato a lungo libri come “Delle virtù di Maria” (2 tomi), per poi riscendere verso le aule, con una tristezza enorme.
E’ stata quella scalinata che ha cominciato a trasformare la mia immagine interiore di Brera. La metafora corporea del cadavere ha cominciato a lasciare il posto a quella di un giallo, freddo Inferno. Ogni tanto incontravo lo sguardo di uno studente, un graffito su legno, una lavagna storta. Arte? Da nessuna parte. Mi pareva di sentire la noia di centinaia di studenti, arrivati in quel posto carichi di speranze lentamente dissolte. Sono riusciti a cambiarvi.
Alle pareti era visibile, nella vicinanza lessicale e formale tra graffiti e annunci ufficiali, il grottesco spettacolo di una moltitudine di docenti e studenti accomunati dal fallimento. Non avrei creduto che morte ne avesse tanti disfatti. E ogni morto mi sembrava insieme inconsapevole e soddisfatto della propria putrefazione. Brera è quel posto dove anche le ragazze belle sembrano brutte.
Uscito di corsa da quel girone, mi sono girato per prendere fiato, e solo allora ho notato uno scalone, inondato di luce celestiale. E ho capito.

La Pinacoteca, illuminata e perfettissima, sta sopra. L’Accademia, oscura e dannata, sta sotto. E’ così semplice. Nessuno sale. Nessuno scende. Ho fatto le scale per quattro volte, e sono sempre stato da solo, se vogliamo escludere i marmi di Parini e Beccaria.
A dire il vero, però, anche il Paradiso della Pinacoteca è quello di un dio minore. La caffetteria? Non c’è. Un guardaroba? Ha ha, bella questa. Per un secondo ho provato il desiderio di chiedere se ci fosse il wi-fi, ma non me la sono sentita di umiliare gli Addetti.
La mia passeggiata tra le sale espositive è stata gradevole, ma non c’è stato nessun cantico celestiale: le didascalie sono insufficienti, o addirittura assenti, e il percorso complessivo è molto disordinato. C'è la "Cena in Emmaus" di Caravaggio. Una sala buia avvicina l’arte Etrusca alle sculture di Marino Marini, e il raffronto è emozionante. Ho visto grandi capolavori, ma non mi è rimasto quasi nulla. E quel poco era già dentro di me.
Sono sceso voltando le spalle agli inferi e ho riletto lo striscione. "No al trasferimento dell'Accademia".

Questo mi ha lasciato interdetto. Sono sicuro che chi vuole restare in quel posto di merda ha delle ottime ragioni dalla sua. Ma così, a occhio, non sono riuscito a trovarne mezza.
Ho ripensato a quando, due ore prima, ero passato in una via piena di banche e studi legali. A duecento metri da lì. In questi casi si dice “ma è un altro mondo”. Invece no. E’ lo stesso mondo, con un altro profumo. La mandria di avvocati in divisa da milanese mi è sembrata triste e irreggimentata, inquieta e autocompiaciuta, stanziale e condannata. Non c’è uno di questi aggettivi che non userei per Brera.


4 commenti:
ciao luca, ho letto solo adesso il tuo blog per intero (quasi, che dell'arte mi frega pochino), ho lasciato commenti perfettamente inutili qua e là, l'ho fatto volentieri perché ho un sacco di tempo libero e perché se uno c'ha un blog comunque fa piacere ricevere dei commenti
saluti
ciao ruphus, hai colto il punto. Tra un social network e l'altro ormai si sta perdendo l'antica e ottima consuetudine tra gentiluomini di commentare sui blog
non vinci niente, se indovini la frase, che tra l'altro non è neanche tanto difficile. però il primo che la indovina io sono contento
ehi, diversamente agile, ormai, vista la data, il post si chiamerà Brera com'era. cosa aspetti ad aggiornare? la dura vita del blogger...
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