domenica 30 maggio 2010

L'iPad, l'effetto Xerox e il nonno

Ho provato l'iPad, con la scusa di regalarlo a mio padre, visto che il direttore di Wired Italia ci ha esortato a regalare le tavolette Apple ai nonni dei nostri figli, per allargare la base sociale favorevole agli investimenti sulla banda larga. Poi non l'ho comprato perchè costa un botto, ma che c'entra; i soldi, come dicono sempre i ricchi, non sono un problema.




Mezz'ora di iPad ha fatto venire il mal di testa a mio padre. Per lui, che non ha mai usato un computer, il problema era non avere la carta, il CD, e non avere idea di dove "siano" davvero i contenuti. Ma è uno che non si ferma di fronte alle difficoltà, e parte avvantaggiato dal fatto che l'idea di portarsi dietro al mare o in campagna quell'oggetto gli sembra naturale.
A me usare l'iPad ha lasciato l'impressione persistente di aver compiuto un'operazione antica, lenta, piacevole. Gestita dal mio cervello e dal mio corpo con naturalezza e concentrazione. E tutto questo, con un sottofondo di larvata inquietudine, che appunto non dipende dal prezzo. Quello che mi ha turbato è la sensazione vertiginosa di vedere tutto il mondo in un oggetto, come nell'Aleph di Borges. Naturalmente non è vero che c'è dentro tutto il mondo, ma ho un problema di dipendenza da citazioni di Borges e non riesco a smettere.In ogni caso l'iPad non ha niente a che vedere con un noteboook. Avere a portata di mano la mia vita digitale senza il computer mi ha dato una nuova percezione della realtà e singolarità di questa vita. Mi rendo conto di essere probabilmente l'ultimo a notarlo, ma insomma pazienza.
Ho toccato un prodotto concepito e realizzato in base ad una scommessa molto netta: quella che i consumatori ricchi occidentali techno-fetish non ne possano più del multitasking e non vedano l'ora di vivere la loro vita digitale facendo una cosa alla volta.
Naturalmente, non è che quelli della Apple possano vendere il prodotto in questo modo, perchè i messaggi negativi non fanno vendere. E infatti hanno girato il concetto in modo positivo: il loro claim è


Ma sarà così? Se devo giudicare dalla mia esperienza personale, la mentalità multitasking ha ridotto negli anni la mia percentuale di pensiero analitico.
Stando alle sirene allarmate della stampa italiana chi multitaska fa "Tutto insieme e tutto male"
Ma la stampa italiana (anche nella versione sofisticata e aggiornata rappresentata da Rodotà) non è credibile, essendo a rimorchio di una cultura in cui la tecnologia è alternativamente il Messia o Belzebù, e mai uno strumento al servizio della conoscenza.


Naturalmente la consapevolezza che si è meno disposti verso il pensiero analitico è moderata e compensata dalla maggiore estensione dei dati sensibili che è possibile analizzare. Prima del web ascoltavo molti album musicali dall'inizio alla fine, nell'ordine "giusto", leggendo i testi e mandando a memoria le formazioni delle band. Ero consapevole dell'esistenza di una quota di musica che probabilmente ammontava allo 0,01% di quella prodotta nel mondo, ed ero del tutto ignaro di questa esiguità. A saperlo, mi avrebbe atterrito, perchè raffiguravo me stesso come uno che conosceva tanta musica.
Oggi ascolto ancora tanto, ma quasi sempre a caso. Me la godo molto di più, ho imparato ad amare dei generi che non frequentavo per ignoranza, vivo la musica in modo meno onanistico. Non ricordo più chi suonava nel primo quintetto di Miles Davis ma in compenso ho ascoltato tutti gli album incisi da quella formazione, invece che solo "Relaxin'". Alla fine, ho una consapevolezza globale di cos'è la musica mostruosamente più solida.

L'obiezione del convertito digitale non è tanto, come ci imputano,
"penso male ma chi se ne frega, tanto mi diverto."

E' piuttosto:
"ma con che coraggio mi dici che penso male, tu uomo del '900 che ignori il 99% della base dei dati che dovresti analizzare? Magari io non so scegliere, ma tu non sai nemmeno che cosa ci sia da scegliere. La tua conoscenza è falsa e non te ne rendi conto."

Come avrete capito, io il multitasking non lo voglio abbandonare. Anche perchè, se vogliamo sottilizzare, la propensione a privilegiare una conoscenza concepita come accumulazione di dati che non verranno analizzati è cominciata ben prima dell'arrivo del web. Secondo una celebre definizione di Umberto Eco, la mania di accumulare testi che non si leggono sarebbe un portato della riproducibilità tecnica dei documenti. E' l'effetto xerox:

"Del resto la fotocopia è uno strumento di estrema utilità, ma molte volte costituisce anche un alibi intellettuale: cioè uno, uscendo dalla biblioteca con un fascio di fotocopie, ha la certezza che non potrà di solito mai leggerle tutte, non potrà neanche poi ritrovarle perché incominciano a confondersi tra di loro, ma ha la sensazione di essersi impadronito del contenuto di quei libri. Prima della xerociviltà costui si faceva lunghe schede a mano in queste enormi sale di consultazione e qualcosa gli rimaneva in testa. Con la nevrosi da fotocopia c'è il rischio che si perdano giornate in biblioteca a fotocopiare libri che poi non vengono letti." (da De bibliotheca)


Additare una tecnologia come responsabile di una degenerazione cognitiva di massa è rischioso: c'è sempre qualcuno che scopre una tecnologia antecedente che manifestava lo stesso problema, e prima o poi bisognerà ammettere che gli strumenti al limite rendono visibile l'evoluzione dello spirito umano, ma non la guidano.


L'iPad è quindi un dono spedito dal Cielo, e da Steve Jobs, Suo profeta, per riequilibrare i nostri cervelli che stanno per schizzare? E' la redenzione dall'effetto xerox, o troveremo il modo per trasformare anche l'iPad in alibi? E' la mamma perduta che tutti desideriamo senza poterlo ammettere? E' un colpo di coda patetico del mercato, in controtendenza rispetto a una direzione ormai inarrestabile?

Non saprei dire, anni di multitasking mi hanno definitivamente convinto che la congestione di domande è la condizione normale dell'esistenza.

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