Nobile e antico alimento, la fava è il legume delle contraddizioni. Da un lato, la sua natura marginale la trascolora, la rende quasi priva di identità. Dove sono finite le fave? Le ricette a disposizione dell'utente finale sono poche, elementari, e spesso svaporano nel metaforico: le inquietanti "Fave dei morti" sono in realtà dolcetti alla mandorla.
Il fatto è che le fave non ci sono, sono assenti - o per meglio dire estinte. L'assenza della fave non è un nascondino. Ha qualcosa di letale, è un non-esserci-per-la-morte, come ben sapeva Hannibal Lecter.
Introvabili al supermercato - al nord perfino se di stagione - le fave sono ignorate anche da un'industria alimentare che inscatola ormai di tutto. Ci sarebbe, a dire il vero, una confezione di fave in scatola della Bonduelle. Da esteta della fava, l'ho provata. Piccole, dolciastre, innocue. Una cosa ributtante.
Insomma, della natura assente delle fave si è detto, e non vedo come si possa contestarmi su questo punto.

[immagine da www.gustoblog.it]
La contraddizione sta nel fatto che le fave dispongono di una vita parallela: che paradossalmente è ricca, pittoresca, sguaiata. Il mio legume preferito può contare su una periferia semantica vernacolare che lo associa al membro maschile, o meglio alla sua protuberanza finale. Come i piselli, si direbbe. Ma laddove il pisello è autorizzato e tende all'infantile, la fava è inaccettabile e solo per adulti.
Non saprei dire quando l'accezione sessuale della fava sia passata dal toscano all'italiano comune. Sta di fatto che è avvenuto, e oramai il termine risuona profondamente, gioiosamente osceno. In questo senso la fava è pienamente presente, altro che estinta! Il versante priapico e orgiastico della fava, com'è evidente, non sta nelle cose, ma nelle parole. Si potrebbe dire che la fava tende al tanathos nella realtà e all'eros nel linguaggio. Sparita dalle nostre tavole, questa pianta tenace rientra trionfalmente nei nostri discorsi. E siccome anche tacere è un atto linguistico, la strategia evolutiva della fava è ben congegnata. Non è necessario pronunciare la parola "fave" per sentirsi spostati in territorio erotico, carnevalesco e un tantino disdicevole. Basta sentirla. Di più: basta immaginarla. La doppia vita della fava è persistente e infestante, perchè le parole corrodono le cose. Chiunque senta dire "fave col pecorino" non può fare a meno di sentire risuonare, come echi di armoniche lontane, termini come "pecoreccio" - o altri ancor peggiori, che questo pudibondo blog non può permettersi di, ahem, vergare.
Che fave quindi? I fantasmi dei legumi masticati per secoli dagli italiani e ormai rinnegati? Oppure quelle irriducibili, vitali, chiassose del linguaggio sboccato da taverna? Non sarebbe la prima volta che un'idea abbandona il mondo perchè trova più soddisfazione nelle parole.


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