
John Lennon compie 70 anni. E' un compleanno diverso dagli altri, per un uomo che ha avuto almeno tre vite, e che non ha mai cessato di stupire. John non è mai stato così presente, così duro, così radicale. Un nuovo disco, la polemica con Assange, il viaggio in Corea del Nord in cui per poco non ci lasciava le penne. Oggi John rappresenta l'unica icona globale rimasta in piedi. Ma non è solo questo. John è anche l’unico cordone ombelicale che ancora ci lega al mondo com'era prima del 2001. Lui questa camicia di forza del sopravvissuto, è chiaro, non l’accetta.
Ho avuto la fortuna di incontrare John due settimane fa a Liverpool, grazie all’intercessione del figlio Julian e dell’ufficio stampa della EMI, per una volta cordiale oltre che efficiente. Non posso dire che si sia trattato esattamente di un’intervista. Foto, neanche a parlarne. John sarà anche vecchio, ormai, ma di sicuro non ha perso il gusto per la provocazione, e ha finito per tempestare di domande me. “Perché porti la barba?” “Ma è proprio vero che Pompei sta crollando?” “Non sarai anche tu così coglione da farmi una domanda su Julian Assange, vero?”. E via così. Tra un interrogativo e l’altro, è riuscito in qualche modo a dirmi che no, non si sente un sopravvissuto. “Se proprio devo fare una variazione sul tema, diciamo che mi sento un immortale”. Le spara ancora grosse, John.
Ma è inutile girarci intorno. Per la prima volta da più di mezzo secolo si avverte con dolorosa evidenza che l'era di John Lennon è finita, e nessuno può farci niente. Non volercene John, per questo compleanno amaro: sei stato tu del resto a insegnarci a guardare sempre avanti.
I mitomani non sono mai mancati attorno ai Beatles. Ma stranamente hanno lasciato sempre in pace John, nonostante le derive messianiche di cui Lennon è riuscito a liberarsi solo a metà anni Ottanta. Ora è cambiato tutto. Decine e decine di invasati inondano il web di storie improbabili, che avvolgono il mito di Lennon in una nuvola tossica. I pazzi sono per le Leggende Viventi quello che le petizioni online sono per le lingue in via d'estinzione: lo spot finale prima dell'ultimo atto. Tra gli spostati dell'ultim'ora ce n'è però uno che ha una storia sorprendente. Naturalmente è un pazzo. Ma vale la pena ascoltarlo, perché c’è del metodo nella sua follia. Quest'uomo sostiene di aver ucciso John Lennon, con cinque proiettili alla schiena, l'8 dicembre 1980.
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La persona che deve farmi una rivelazione sorprendente mi ha già tirato il bidone due volte. Ma entrando nella stretta e buia saletta interna del “Red Rooster”, a Soho, capisco che è la volta buona. Mentre mi siedo all'unico tavolo occupato, squadro il personaggio. Il sollievo di non essere stato preso ancora una volta per il culo lascia subito il posto a un pungente fastidio. Il mio informatore è untuoso, sgradevole. Avrà circa sessant'anni. Ed è chiaramente un paranoico.
“Nel 1980 ho ucciso John Lennon” - esordisce
Magari. Sto facendo un fast forward. Il nostro primo scambio di parole in realtà è stato il seguente.
“Allora...eccoci qua. Niente foto, come ho già detto, niente domande personali. E niente registratore”
“Come niente registratore?”
“Puoi prendere appunti.”
“Come ti devo chiamare?”
Nessuna esitazione: “Winter Duck”
“Eh?”
“Winter Duck”
“Ma che dici. E' ridicolo. Non puoi aspettarti alcuna credibilità se ti fai chiamare Winter Duck”
“Non me ne frega niente. La mia credibilità è un problema tuo”
“Winter Duck”
“Esatto, Winter Duck”
Per un’ora Winter Duck mi ha parlato di Obama e della sua presunta doppia vita da musulmano. Cosa c’entra, pensavo. Sono stato sul punto di alzarmi e andarmene per tre volte, ma qualcosa nello sguardo di quel pazzo mi ha trattenuto. A un certo punto, senza cambiare registro, mi ha guardato negli occhi e ha cominciato a dire:
“L'8 dicembre 1980 mi sono piazzato davanti al Dakota Building, di fronte al Central Park, dove Lennon abitava con Yoko e Sean. Ci sono andato con una pistola. Volevo sparargli. Ci avevo già provato la mattina, in realtà, ma arrivato al dunque non ho retto, e gli ho chiesto un autografo sulla copertina di “Double Fantasy”.
“Se è tutto quello che ti serve” mi ha detto lui. Capite? Quell’uomo meritava di morire.
Per un incredibile disattenzione, però, non l'ho visto uscire nel pomeriggio. Allora ho aspettato fino a sera. Quando finalmente è arrivato - erano le 11 di sera passate - ho incrociato lo sguardo di Yoko. In quel momento ho provato il desiderio di uccidere anche lei, oltre a lui. Ma sparare a due persone è tecnicamente difficile. E comunque l'essenziale era fermare Lennon. Lui sapeva dove vanno le anatre d'inverno, e non lo voleva dire. Gli ho ficcato cinque proiettili nella schiena, e poi sono entrato nel Central Park a leggere Il Giovane Holden. E' un libro eccezionale sa? C'è dentro tutto. La mia idea era quella di aspettare la polizia e farmi arrestare, ma non ne ho avuto il coraggio.”
Dopo questa confessione spettacolare – che ovviamente ho registrato, di nascosto – l'anonimo personaggio mi ha inchiodato alla sua paranoia e mi ha costretto a sorbirmi un trattato di teologia evangelica e un modesto, anche se minuzioso, saggio critico su John Salinger.
Questo faccia a faccia con la follia non è stato inutile. Winter Duck (anche il nomignolo, ora è chiaro, è un riferimento in codice a Salinger) sostiene di aver voluto uccidere Lennon per punirlo. Di essere un “blasfemo”, ovviamente. Ma soprattutto di essere “fasullo”. Winter Duck è un uomo di fede, anche se stralunata, e il suo libro sacro è appunto il Giovane Holden di Salinger. Durante una complicata adolescenza, quest'uomo si è aggrappato al libro con la maniacale e livida tenacia del frustrato, ed è giunto ad identificarsi in Holden Caulfield, il protagonista del romanzo. Il risentimento di Holden per i “fasulli” è diventato l'odio di Winter Duck per un idolo globale che era “bigger than Jesus”.
Oggi ce lo siamo scordato, ma verso la fine degli anni 70 Lennon si attirava molte accuse di ipocrisia, perfino da chi lo amava. Per Lennon – sempre in controtendenza col mondo – il 1980 ha segnato una rinascita umana ed artistica, ma gli anni immediatamente precedenti lo hanno visto recluso, su una barca a vela, infilato in un riflusso domestico che strideva con l’impegno politico e sociale a cui aveva abituato.
Il suo carnefice mancato è una persona macerata dal dolore, che ha individuato nella popstar più famosa del mondo l'agnello sacrificale, il Re dei Fasulli. L'intellettuale pacifista che abbandona moglie e figlio e li tratta come appestati. Il geniale artista che senza Paul McCartney suona rauco e pretenzioso. La decisione di uccidere Lennon per Winter Duck rappresentava un atto di ribellione. La sua rappresentazione, di fronte al Dakota Building, poteva essere la chance di elaborare l’odio e superarlo. Evidentemente non è andata così, perché quest’uomo è veramente convinto di aver ucciso Lennon.
“Ma scusa, se l’hai ucciso, come dici, perché nessuno ha visto niente? Dov’è finito il cadavere? Chi l’ha fatto sparire? Chi ha preso il posto di Lennon? Chi è salito sul palco con David Byrne per un anno di fila? Com’è possibile che Yoko abbia accettato di vivere altri 6 anni con un sosia? Come avrebbe potuto convincere i bambini? E soprattutto: come pensi che anche una sola persona possa crederti? La tua storia non è nemmeno originale, c’è già la menata su Paul”
“Infatti non mi crede nessuno”
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Un mondo senza Lennon. Come sarebbe stato? Ho fatto ricerche diligenti, e sono giunto alla conclusione che non se l’è chiesto mai nessuno. E già questo ci dice qualcosa. Tutte le redazioni del mondo hanno pronto il coccodrillo per Lennon, ma nessuno riesce davvero a pensarlo inesistente.
Ammettere che avrebbe potuto morire significherebbe buttare via anche l’ultimo legame con quel mondo incantato e fasullo, il ‘900, in cui sembrava che “everything’s gonna be allright”
Quest’uomo nato in un porto industriale depresso, con una famiglia disastrata, poca cultura e un carattere spigoloso, è diventato un genio della musica, un attivista politico. un regista visionario, un pioniere del web, un innovatore nel campo della comunicazione. E alla fine, è assurto al rango di elemento naturale. Come un iceberg, un’isola o un ciliegio giapponese.
Buon compleanno, John.


