
Brian ha 11 anni, e ha la Sindrome Da Lettura di Libri. La diagnosi è stata precoce. Ma questo non rassicura i suoi genitori. La SDLL è insidiosa, sfuggente, e nessuno ne conosce il decorso. Come la depressione, l’anoressia o l’alcolismo, chi ne soffre fatica ad accettare la diagnosi.
Ho passato due pomeriggi con Brian e la sua famiglia in un paesino del nord Italia. Il ragazzino è sveglio, irrequieto, testardo. Lo sguardo veloce e vorace, ha un ciuffo nerissimo che, ci giurerei, avvita per dispetto con il gel di papà quando nessuno lo vede. Appena può, Brian scappa dalla postazione web del salotto di casa per rifugiarsi in camera sua. Tra le mani ha un libro.
Legge da solo, senza adulti vicino per aiutarlo a capire, e senza nessun filtro in grado di proteggerlo da contenuti non adatti alla sua età.
Ha imparato a leggere ormai da un paio d'anni, e i libri sono diventati la sua finestra privilegiata sul mondo.
Li legge per distrarsi, e per imparare. O almeno così sembra. Ma quello che davvero succede è che Brian delega ai libri l’autorità per confermare o smentire nozioni raccolte sul web.
Li usa per cercare storie, per far volare la fantasia. Questo è quello che dice lui. La verità è che sui libri Brian dà sostanza mentale alle confuse pulsioni morali ed erotiche che lo agitano. La sua mente di ragazzo viene piegata e plasmata dalla forza sovrumana e millenaria di quelle storie.

Brian, com'è naturale, non ha consapevolezza di questo magma di contraddizioni. Ho cercato di mettere ordine tra i suoi pensieri, in una chiacchierata surreale e frammentaria nella sua stanzetta al secondo piano di una bella villetta a schiera.
"Devi leggere questo - mi dice Brian lanciandomi un misterioso volume intitolato "Le anime morte" - è una figata."
Brian frulla tutto. Mi parla di storie di fantasmi, di un'enciclopedia sui minerali, della scoperta di una sessualità immaginaria, e di scariche di violenza inaudita mediate da romanzi come "I miserabili", di un certo Victor Hugo, o come questo "anime morte", che sembra non promettere niente di buono.
Il problema, com'è ormai noto, è che la lettura dei libri espone a una marea di informazioni eterogenee, difficili da gestire, impossibili da controllare. E soprattutto, irresistibili. I libri sono affollati di personaggi negativi dall’indubbio potere di seduzione per i ragazzi. Chi ne ha letti molti è pronto anzi a giurare che i libri-droga sono proprio quelli zeppi di patti sanguinosi, fallimenti epocali, inferni familiari, battaglie cruente, orrendi tradimenti e oscene viltà. A volte tutte insieme.
"Non sappiamo a quali rischi possa andare incontro un ragazzo esposto ai libri per molte ore al giorno - sostiene il dottor Cazzuglio dell'Università di Pavia, autore del video "Il nemico in casa. I giovani e lettura", hKi9.oOsd7.?it - ma di sicuro stiamo tutti sottovalutando il problema. Gli studi che porto avanti con il generoso finanziamento della Wunga Corporation fin dal 2282 dimostrano chiaramente che la corteccia frontale trilobata di lettori precoci, osservata in un periodo di sei anni, mostra un rigonfiamento simmetrico di 25 micron, particolarmente accentuato lungo il filamento grigio di Chucrou-Superkatzulan. Stiamo solo iniziando a interrogarci sul significato di queste modificazioni, ma il fatto che esistano è già un campanello d'allarme che non possiamo ignorare. "
Più conciliante un team di antropologi dell'università “Mark Zuckerberg” di Bangalore, capitanato da Divendra Sardapanalawardene.
"I libri spaventano perché ci siamo scordati di loro. Di fatto vengono vissuti come una novità - sostiene Sardapanalawardene (d'ora in avanti "S.") - Ci si scorda in fretta che tutte le tecnologie, al loro apparire, sono nuove, e ci fanno sentire senza difese. Non voglio dire che i rischi non esistano, ovviamente. Ma se scatta l'automatismo per cui è la nuova tecnologia in sé a rappresentare un problema, allora siamo nei guai, perché non avremo più la lucidità per capire che sono i comportamenti, e non gli strumenti, che vanno controllati."
Simili opinioni radicali non sono rare negli ambienti intellettuali indiani, e vengono riprese, con accenti diversi, anche in alcuni circoli del vecchio continente. Ma si tratta delle speculazioni astratte di alcuni intellettuali: le famiglie, le scuole, le comunità sanno bene che i pericoli sono reali, e in certi casi addirittura drammatici.
Due settimane fa, a Nizza, un caso di Sindrome Da Lettura di Libri è stati diagnosticato alla piccola Claire (il nome è di fantasia), di appena 10 anni. Che la SDLL potesse colpire una bambina non se l'aspettava nessuno. Uno specialista arrivato da Parigi, che preferisce rimanere anonimo, mi ha fatto capire che dietro al dramma di Claire ci sarebbe un'intera collana di romanzetti a tema vampiresco. "Certo, può aver contribuito l'assenza del padre, una malattia respiratoria contratta ancora in fasce, e le costanti umiliazioni patite a scuola a causa di qualche chilo di troppo. Ma le mie analisi dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la colpa è dei libri. La bambina si è persa in un mondo virtuale, popolato da esseri inesistenti, ed è stata ghermita da un male oscuro e molto, molto reale."
Come se non bastasse, i genitori di questi ragazzi si rivelano spesso altrettanto indifesi dei loro figli di fronte a questi rischi.
La madre di Brian, Styxia, non ha mai preso in mano un libro in vita sua. E' una docente di letteratura cinese in una piccola università, e ammette candidamente di sentirsi incapace di penetrare un mondo da un lato fantastico e minaccioso, e dall’altra disarmante nella sua inutilità. I libri la annoiano e la atterriscono allo stesso tempo. Sapere che il proprio figlio ha perso la testa per qualcosa che troviamo contemporaneamente atroce e banale è una brutta esperienza.
Paolo, il padre, ha invece una certa dimestichezza coi libri. Ma è la familiarità tipica di chi usa una tecnologia che non ama, perché non può farne a meno. Consulente creativo presso una grossa multinazionale, Paolo è costretto per lavoro a macinare storie stampate. Solo così riesce ad elaborare le nuove idee necessarie a competere nel settore di mercato in cui lavora. L'innovazione creativa è rimasta l'unica riserva in cui la sua azienda è inattaccabile. Brian ha provato di tutto, ma per riuscire a "restare in sella" ha bisogno di leggere libri. Se ne vergogna, ovviamente, e cerca in tutti i modi di alzare un muro. Ai colleghi non lo dice. Finge di trovare ispirazione in rete, nelle relazioni, a teatro. In realtà, tutte queste esperienze gli servono non per produrre, ma per vivere. I drogati, del resto, si drogano per vivere, e vivono così tanto da morirne.
Appena può, Paolo chiude i libri che tiene clandestinamente in ufficio e torna a casa, per distrarsi sul web. Paolo sa bene che il lato più subdolo dei libri è il potere di creare relazioni forti e pervasive, in cui le giovani menti si possono perdere.
"Fino a qualche anno fa, con Brian, navigavamo insieme 2-3 ore al giorno. Era bello. Si giocava, naturalmente, ma per me era anche un modo per capire il suo mondo interiore, e per trasmettergli le mie passioni, la mia idea del bello. Insieme, potevamo condividere le immagini e i suoni che ci piacciono. Eravamo in rete col mondo, ma sapevamo di essere in un contesto sicuro, controllato. Dopotutto, gli altri, sul web, sono entità immaginarie. Ora ho la sensazione di averlo perso. E' accaduto così in fretta. Ho scoperto per caso un libro di Borges sul suo comodino. Era stato letto in modo....come dire...furioso. Anch'io, sa, ho letto Borges, anche se non proprio quel libro lì. Uno scrittore di libri argentino. E' stato tanto tempo fa. Per me quella lettura era stata una provocazione intellettuale. Non capivo quasi nulla, ma mi restavano dentro delle immagini. Brian, invece, questo libro l'aveva divorato. Le pagine erano consumate. Ho cominciato a rovistare, e nel suo armadio ho trovato "Il processo" di Franz Kafka, e non so quale storia deprimente e asfissiante di un certo Thomas Bernhard. Li ho letti anch’io, a quel punto, e poi ho messo insieme i pezzi. Ho capito che Brian aveva cercato Kafka perché incuriosito da un commento di Borges. E il dolore e la solitudine lette nelle pagine di Kafka lo hanno condotto a questo Bernhard, che quando va bene descrive malati di tisi in orribili sanatori austriaci del ventesimo secolo.
Vede, è questo che mi preoccupa. I libri sono in relazione tra di loro, e ogni libro parla di altri libri. Io forse un po’ sono stato catturato da questa cosa…ma il fatto è che nessuno di noi se ne rende conto, abbiamo tutti sottovalutato la pericolosità di questi oggetti. Figuratevi cosa può capire Brian. Entrando in quel mondo, diventa preda di una rete di idee, storie ed emozioni sulle quali non può avere nessun controllo. Questa cosa mi fa paura. Ho provato a proporgli di navigare il web per cercare immagini di donne nude, ma non ne vuole sapere."
Gli scenari che abbiamo di fronte sono inquietanti. Regolamentare la diffusione e l’uso dei libri sembrerebbe la soluzione ovvia. Tuttavia, i problemi pratici rendono questo approccio impraticabile. Solo nel 2201 sono stati stampati, se dobbiamo credere al minuzioso censimento dell’agenzia governativa europea per la lotta alle dipendenze Addiction Watch, tra i 300.000 e i 400.000 libri. E’ probabile che questa stima sia al ribasso, visto che non sono stati considerati – chissà poi perché – libri molto piccoli, volumi illustrati e manuali tecnici. La stima di Addiction Watch presume inoltre, in base a una proiezione statistica molto accurata, che il 15-18% dei libri siano diretti ad un pubblico di adolescenti.
La produzione di libri per bambini è vietata in tutto il mondo, ovviamente, ma quella per adolescenti non è illegale in nessun paese del mondo, eccetto Cuba, Singapore e la Svezia.
“Abbiamo un vuoto legislativo – ammette sconsolata Gudrun De Francesco, sottosegretario federale europeo alla Giustizia – che va colmato con un’azione rapida, determinata e condivisa. Voglio essere molto sincera: il problema non è solo impedire la produzione e la diffusione di oggetti libreschi destinati al mercato infantile. Bisogna dotarsi di strumenti legali che ci consentano di individuare e distruggere le biblioteche russe e turche, che sono il vero centro di proliferazione incontrollata di libri.”

Biblioteche? Davvero esistono ancora le biblioteche? La notizia, se confermata, sarebbe eccezionale.
Michael Trippengucken è un reporter freelance tedesco. Sta realizzando un documentario per FNL-2 che si intitolerà “La Biblioteca di Babele”. Sono riuscito a vederne qualche fotogramma, e sono rimasto senza fiato. Bunker sotterranei, di cui Michael non rivela l’esatta localizzazione, sprofondano nel buio e rivelano alla sua telecamera, dopo un’avventurosa discesa, stanze enormi piene di libri. “Adesso posso farti vedere solo pochi minuti – spiega Michael – ma quando vedrai il video montato su FNL-2 scoprirai che non ci sono dubbi. Questa è una vera biblioteca. Contiene almeno un milione di libri. Non sto scherzando. Qui dentro ci sono un milione di libri.”
Non sono riuscito a verificarlo. Trippengucken è un bravo reporter, ma è anche un esaltato. Ha una lunga cicatrice che gli decora una guancia, e fuma tabacco. Le sue immagini mostrano cataste altissime di volumi rilegati. Ci sono libri di storia, di cucina, faldoni amministrativi, romanzi, e perfino raccolte di poesie. Trippengucken probabilmente si è inventato di sana pianta il milione tondo tondo con il quale vuole scioccare il mondo. Ma se anche questo luogo ne conservasse la metà, di libri, saremmo comunque nei guai.
“Fermati! – gli grido a un certo punto – torna indietro. Ancora un po’. Ora avanti lentamente. Guarda quello”
Un frame del video mostra un pavimento sporco, di legno chiaro, con cinque libri accatastati in una piccola torre. Quello in fondo, di formato molto più largo degli altri, presenta un disegno infantile. Raffigura una bambina vestita con delle calze rosse e verdi, legate – giuro che non sto inventando – da una specie di giarrettiera. Il volto della bimba non si vede, ma ho notato una treccia di capelli rossi. Del titolo si legge solo una porzione, che recita “pi Calzelunghe”. Non ho idea di cosa voglia dire. Ma è fin troppo chiaro che siamo di fronte a un libro per bambini.
Ho in mano una stampa di quel fotogramma, in questo momento. Non lo userò per questo articolo. Sarebbe troppo facile. Sarebbe sbagliato. La battaglia ora va portata avanti a livello politico, e questa consapevolezza ci impone rigore e sangue freddo. Quando, centoventi anni or sono, l’ente che allora si faceva chiamare ONU deliberò la distruzione di tutti i libri del mondo, non trovò la collaborazione generale e trasparente che formalmente tutti auspicavano. E’ stato uno sbaglio che non si deve ripetere.
L’immaginazione, la libertà e la naturale logica dei bambini sono ciò che di più prezioso abbiamo al mondo. Non possiamo permettere che questi mostri di cellulosa la violentino.
Lo dobbiamo a Brian e a Claire.


2 commenti:
l'è na' dal mal
ruphus, ma perchè non bloggheggi più?
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