
Il timbratore. Questa presenza incongrua, fuori luogo, questa reliquia di un mondo sommerso. Muto spettatore di drammi e pasticci umani, angelo della morte lenta, riparo dei pedanti, simulacro del nulla, totem sindacale. Ho caricato i toni, ne sono conscio, ma è colpa del timbratore.
Lavoro ormai da un sacco di tempo, ma solo recentemente ho cominciato a timbrare il cartellino. Una "tessera", per dirla col Carducci, di plastica a una banda magnetica, che va infilata in una bocchetta stretta stretta strettuliella e strisciata, augurandosi di sentire un singolo, fesso bip.
Il timbratore, come il cinema e gli incidenti automobilistici, esiste soltanto in alcuni momenti esaltanti, e poi ne prescindiamo. Quando c'è, c'è intensamente. Quando non c'è, il suo non esserci è un tipo di assenza assimilabile a una pulsione vitale; non è una negatività che si dà per autoesclusione, ma piuttosto una permanenza intima e sottotraccia di possibilità inespresse. Il timbratore, teorizzano alcuni eresiarchi del dipartimento Esegesi e Redenzione del Ministero della Funzione Pubblica, non è in realtà partecipe di alcuna assenza, ma piuttosto di uno stand-by diffuso e trascendentale.
Lasciamo la filosofia a Laterza, tuttavia, e concentriamoci qui piuttosto su un mistero squisitamente di genere. Il timbratore è maschio o femmina? Non mi si dica, per favore, che questo tipo di ambiguità va accettata e compresa come una ricchezza. Voglio vederci chiaro. Già ad una prima occhiata salta all'occhio una contraddizione macroscopica. Il nome di quest'oggetto è non solo maschile, bensì maschio in maniera esagerata, predatoria, grottesca. "Timbratore" suggerisce una virilità rapace, insensibile e collezionistica. Un elemento in più per considerare l'oggetto fuori corso.
Tuttavia, se dal logos scendiamo alla percezione, il timbratore si palesa come mondo cavo, accogliente, in vigile e umida attesa di tessere penetranti. Non penso sia dignitoso, nè necessario, proseguire ulteriormente su questa strada. Il problema è squadernato: il timbratore è fallico o uterino?
La dicotomia si ripete pari pari nei livelli alti della mediazione sociolinguistica e nelle onde concentriche dei memi correlati all'oggetto.
Nel primo caso, ci si limiti a considerare questa fraseologia. Incompleta ma veritiera. Sono tutti mots trouvè, non ho aggiunto un'acca.
- Se squilla due volte, ripassi la tessera e lo fai contento
- Cavolo, ho sbagliato, dovevo entrare e sono uscito. Che faccio?
- Fai finta di niente e rientra
- Vieni, datti una mossa che se no arriviamo in ritardo al timbratore
L'ultimo esempio parrebbe deviare dalla sfera vitalistico-generativa, per quanto ambigua, verso quella esoterico-numerologica, con chiari accenni alla morte-dell-io.
- Se devi andartene fuori, fai il 39 e poi striscia
Restano da analizzare le immagini veicolate dalla cultura popolare attorno al timbratore. Il riferimento obbligatorio è Fantozzi, per cui il timbratore è un traguardo sportivo e un capestro. Campione di una mascolinità inadeguata e complessata, Fantozzi finchè confinato all'interno del mondo-timbratore insegue donne androgine (la signorina Silvani). Appena ne esce, le sue possibilità di costruzione di una dinamica erotica appagante svaniscono del tutto. Nel mondo esterno ai confini presidiati dal timbratore vivono invece esemplari di una mascolinità primordiale e minacciosa (Franchino non timbra cartellini).
Insomma, il timbratore è un elemento di confusione sessuale, nonchè veicolo di dipendenza, che gli enti pubblici dovrebbero combattere per questioni di igiene e progresso. Va da sè che in Italia, negli ultimi quindici anni, si è forse esagerato con la lotta alle dipendenze - il lavoro dipendente è del resto insidioso - mettendo forse in minorità i gender studies.
E' ora di porvi rimedio.


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